“Il ratto di Europa” a Mercogliano (AV)

Ieri, 11 marzo 2017, sono stato a Mercogliano (AV) per introdurre uno spettacolo teatrale, intitolato “La montagna incantata“. Tempo fa ho collaborato con Elena Spiniello, fornendole una consulenza per la sceneggiatura. Tra i protagonisti del racconto figura il vaso di Assteas, ormai abituato al ruolo della primadonna: oggetto di una leggenda, il cratere si presta per una ricerca dagli esiti particolari… Questo spettacolo, recitato in dialetto locale, risulta frizzante, spesso comico, sicuramente piacevole.

Ho introdotto entrambe le  rappresentazioni con un breve discorso sul cratere, e sull’importanza del nostro patrimonio archeologico, ogni giorno più povero grazie al lavoro costante dei tombaroli. Di certo non mi aspetto di fare miracoli con poche parole, ma mi piace l’idea di poter instillare una goccia di curiosità nei bambini riguardo queste tematiche.

Ringrazio Maddalena Morcone per le foto. 

“Il ratto di Europa” all’I.I.S. “a. Lombardi” di Airola (BN)

Stamattina ho incontrato gli alunni dell’Istituto di Istruzione Superiore “A. Lombardi” di Airola. Sono tornato nel teatro in cui ho presentato il romanzo domenica 13 marzo 2015. Anche stavolta i posti a sedere erano quasi tutti occupati. L’accoglienza è stata calorosa, la dirigente, gli insegnanti e gli alunni hanno organizzato l’evento con cura e attenzione per il dettaglio, a partire dalla locandina.

locandina-17-12-2016

I ragazzi, che avevano già letto il libro nei mesi passati, mi hanno rivolto delle domande interessanti. Molte di queste erano legate all’atto pratico della scrittura: è interessante vedere che ci sia attenzione per l’aspetto “artigianale”. Lascia sperare in un possibile contagio, magari qualcuno di loro potrebbe vivere questa esperienza come sprone per la scrittura. O almeno, mi piace pensarlo.

Non mi resta che ringraziare tutti, in particolare l’alunna Simona Ruggiero della II A per avermi fatto dono di un disegno e di una scultura ritraenti il cratere di Assteas.

disegno-vaso

“Il ratto di Europa” a San Salvatore Telesino

Il mio interesse per la Valle Telesina è cresciuto molto durante la stesura de “Il ratto di Europa. Storia del vaso di Assteas”. La ricerca necessaria per il romanzo mi ha permesso di comprendere quale fosse il legame tra queste due valli, separate da un solo grande monte, e l’idea di presentare il libro proprio lì dove sorgeva l’antica Telesia ha preso corpo quasi subito. Ma come spesso capita, tra l’intenzione e l’attuazione passano mesi, spesi in altri impegni, altre cose che sentiamo più urgenti.

Ieri, finalmente, a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione del romanzo ho avuto modo di raggiungere quest’altro piccolo traguardo. Ed è andata benissimo.

Ho trovato un pubblico molto interessato, caloroso, pieno di curiosità per la Storia locale, giustamente orgoglioso delle proprie radici. Si è creato subito un clima amichevole, disteso, e ho avuto modo di interagire con tutti, rispondendo alle domande e scoprendo cose nuove.

Non mi resta che ringraziare gli Amici della Biblioteca di San Salvatore Telesino (BN) e tutte le persone che hanno speso un’ora e mezza con me e Assteas.


Che significa “Montesarchio”?

Diversi mesi fa ho iniziato a fare delle ricerche sull’origine del toponimo (nome del luogo) Montesarchio. Che significa? mi sono chiesto. Hanno ragione a dire che deriva da Mons Herculis? O da Mons Arcis?

Dopo tutto questo tempo, sono arrivato a una nuova conclusione, attraverso l’analisi di fonti medievali e il confronto con personalità accademiche. Un lavoro di ricerca storica fatto secondo i criteri scientifici. Ormai manca solo l’ultimo passaggio, per essere completamente certo del risultato. Presto divulgherò la notizia.

Un romanzo sul vaso di Assteas

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Il vaso di Assteas sarà il protagonista del mio prossimo libro, in uscita a dicembre 2015.

Il titolo è “Il ratto di Europa. Storia del vaso di Assteas”.

In sostanza si tratta di un romanzo storico/poliziesco, diviso in due parti ben distinte: una ambientata nel IV secolo a.C., l’altra nel ‘900 e nei primi 15 anni del 2000.

Entrambe le parti sono il frutto di mesi di ricerca: ho avuto il piacere di collaborare con storici, archeologi, sovrintendenti, Carabinieri e più in generale addetti ai lavori.

Dopo un capitolo iniziale dedicato alla mostra nella Torre di Montesarchio, la narrazione procederà in flashback, permettendo ai lettori di vivere le vicende di questo bellissimo cratere dal principio fino ai giorni nostri.

Si parlerà del mito rappresentato, della creazione del vaso, del suo utilizzo durante un simposio, della sepoltura che ha permesso di farlo giungere intatto fino ai giorni nostri.
Seguiranno poi le vicende avventurose del ritrovamento, della vendita clandestina e dell’arrivo in America.
Infine, saranno raccontate le lunghe e complesse operazioni di recupero svolte dai Carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale.

La parte storica sarà arricchita da illustrazioni al tratto, raffiguranti vasellame e alcuni passaggi fondamentali del romanzo.

Non resta che attendere ancora un po’.

Italia, paese mafioso?

Noi italiani siamo d’accordo su poche cose. Siamo maestri delle divisioni interne. Ma su un luogo comune sembriamo concordare: l’Italia è il paese più mafioso che ci sia.
Certo, è chiaro che se ci paragoniamo alla Nigeria ne usciamo meglio, ma di fatto, all’interno del cosiddetto Primo mondo, saremmo noi i peggio messi in fatto di criminalità organizzata. Giusto?

Sbagliato.

Adesso vi racconto una storia. Vera, attenzione.

C’è un mafioso che per lavoro fa il mafioso. Nel senso che è esplicita la cosa. Non ha attività di copertura, pur guadagnando anche da attività lecite.
Il suo boss ha un bigliettino da visita, con su scritta l’attività professionale.
Il suo clan ha un ufficio.
Che non ha insegne false, non è la Genco Olive Oil Company di Don Vito Corleone.
È un ufficio che riporta ben visibile il simbolo del clan. Il nostro mafioso lo porta sul petto, sotto forma di spilla, e lo ostenta quando serve. Ma non è che poi serva spesso. In questo paese la criminalità organizzata è ben vista. Il reato di associazione mafiosa non esiste. La polizia ha delle liste con i nomi dei dipendenti dei clan criminali, ma di certo non può arrestarli per la sola appartenenza agli stessi.
D’altra parte, che paradosso sarebbe arrestare qualcuno solo perché fa parte di una organizzazione criminale?
In questo paese i collaboratori di giustizia non hanno protezione.
Le cimici non si usano.
Il clan ha un giornale suo e anche un sito internet, in alcuni casi, dove mette in evidenza le opere di beneficenza fatte. Quando ci sono catastrofi naturali, per esempio, i criminali appartenenti a questi clan arrivano prima dello Stato e prestano un servizio migliore. Mettono a disposizione uomini e mezzi, inclusi gli elicotteri. Anche per questo, la popolazione vede di buon occhio il crimine organizzato. Idem i politici di estrema destra. C’è chi dice che un terzo del parlamento sia nelle loro mani.
E quando si parla di infiltrazioni economiche, non è come da noi, in Italia, dove i criminali escogitano sistemi e usano uomini-fantoccio per fare i loro affari. No. In questo paese i mafiosi comprano una quota di azioni che gli consente di sedere in consiglio di amministrazione, e là, apertamente, minacciano chi non fa quel che gli si dice. E non vengono denunciati.
In questo paese i criminali si vestono in un certo modo, si fanno notare per i comportamenti, per il modo di camminare. In questo paese l’appartenenza al crimine è ostentata, senza ripercussioni.

Questo paese appartiene al primo mondo, ha un reddito pro capite più alto del nostro.
Stando a Wikipedia, nel 2012 in Italia questo era pari a 33.915 $, mentre nell’altro paese, 46.707 $.
Anche il PIL è più alto. 5.960.269 milioni di USD (dollari americani) contro i nostri 2.029.813.
Loro sono al terzo posto, noi all’ottavo.
Insomma, è un paese più avanzato, ma anche molto più mafioso, del nostro.

Sto parlando del Giappone, e della Yakuza.

Yakuza
Le mie fonti sono costituite da questi articoli
, provenienti da giornali più che attendibili:

La mafia? In Giappone è peggio – L’Espresso.

Giappone, un clan di Yakuza distribuisce una newsletter per gli affiliati – Il Fatto quotidiano.

Giappone, la yakuza perde affiliati e tenta di recuperarli con un sito web – Il Fatto quotidiano.

Qui potete trovare un po’ di foto (inclusa quella che ho inserito poco sopra):

Impero Yakuza, le foto di Anton Kusters – L’Espresso.

Queste cose, così come le conosco io, le potrebbero conoscere tutti, tramite una semplice ricerca su Google. Ma scommetto quello che volete che, molte persone, queste cose non le sanno.
Però, poi si lamentano del fatto che siamo il paese più mafioso del mondo, che facciamo schifo, che è una situazione unica al mondo, che ci dobbiamo vergognare…

Il nostro vero problema è questa gente. Altro che. Senza sminuire i danni fatti dal crimine organizzato in tutta Italia.
Perché questa gente non ragiona. E senza ragionamento, senza logica, senza informazione, non si va da nessuna parte, anche nell’ambito della lotta alla mafia.

Saranno i tuttologi di Facebook a rovinarci.

Italia, paese mafioso? Sì. Ma non è il peggiore. Di certo non siamo in diritto di auto-assolverci per questo, ma forse sarebbe il caso di smetterla di lamentarsi e di esagerare.

Il paradiso al primo piano, di Tullio Pironti

il paradiso al primo piano
L’editore napoletano è tornato a raccontarsi. Stavolta il titolo l’ha preso da De André. Tutto il resto, invece, direttamente dai ricordi. In questo secondo romanzo troviamo il Pironti privato, quasi assente in “Libri e cazzotti”. Si parla del sesso, vissuto con impazienza e un po’ di ingenuità, sperimentato per la prima volta a diciotto anni appena compiuti, in una delle tante case chiuse dell’epoca, con una prostituta chiamata Rosaria. Si parla degli amori: Rosaria, Cinzia, Annamaria, Anita. Si parla del gioco d’azzardo: i cani prima, le carte poi, infine la mania, la vergogna, l’addio al tavolo verde. E poi le amicizie, in primis quella con Alfredo, i sentimenti, le illusioni, le speranze, gli incontri, i piccoli miracoli, il mare, la nostalgia che pervade tutto, che colora le pagine come la luce calda e un po’ lontana di un tramonto.
Dalla premessa si evince che, in precedenza, l’autore aveva tagliato tutti questi aneddoti da “Libri e cazzotti”, mettendo in risalto quasi solo il Pironti professionista, se si esclude la parte legata all’infanzia: boxeur, libraio, editore.
Ha fatto bene a raccontare anche questi aspetti. Il quadro che emerge è più completo, più umano, più ricco.

Ricordo che durante l’intervista fatta il 5 novembre, in casa editrice, in risposta alla prima domanda, Pironti disse che “Libri e Cazzotti” è scritto meglio de “Il paradiso al primo piano”, grazie all’aiuto di Mimmo Carratelli. Sinceramente, trovo che lo stile sia altrettanto buono. Le pagine scorrono che è un piacere, anche se gli eventi narrati a volte sono un po’ meno intriganti di quelli presenti nel primo libro. Ma una cosa la posso dire: avevo delle aspettative alte, grazie alla lettura del testo precedente, e non sono state deluse.

Ribadire ancora una volta chi sia Pironti è superfluo. Preferisco scrivere una recensione più essenziale. Sembra di parlare dello stesso libro, ripetersi è un attimo.

Sarò prevedibile, ma io vi consiglio anche questo.

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Intervista a Tullio Pironti. Aspettando il film.

Io e Pironti ci incontriamo davanti alla sua libreria di Piazza Dante. Lo trovo sull’uscio, sta parlando con un uomo. Aspetto che finisca, poi mi faccio avanti.
L’editore mi ricorda un po’ una testuggine. Ha lo stesso aspetto rugoso ma massiccio, solido. Dà una sensazione di lentezza, che non è né un trascinarsi arreso né una ricerca di solennità. È una lentezza sicura.
Mi accompagna a un palazzo poco distante, praticamente di fronte la libreria. È la casa editrice. Entrando, noto che ci sono parecchi quadri appesi alle pareti. Ma c’è spazio anche per i libri: sono stati affissi ai muri. Tra questi c’è “In nome di Dio”, il più venduto.
“Centomila copie” dice Pironti, con la sua voce bassa e un po’ gorgogliante.
Passiamo oltre, ci sediamo nel suo studio, uno di fronte all’altro. Prende un gianduiotto da una bustina, me ne offre uno e iniziamo a registrare.

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1) Partiamo da Libri e cazzotti. Com’è stato scriverlo? Perché ha sentito il bisogno di raccontarsi?
TP: Andavo spesso al ristorante con degli amici miei, giovani; e come sempre accade, i giovani parlano del futuro, e gli anziani, come me, parlano del passato. E qualcuno di questi amici mi ha detto: “ma perché non le racconti queste storie?”
È una vita un po’ diversa, diciamo… Scugnizzo, boxeur, poi libraio, editore.
Un percorso un po’ strano.
Il libro l’ho scritto insieme a un mio amico, Mimmo Carratelli. Il secondo, “Il paradiso al primo piano” l’ho fatto da solo, e si vede, perché “Libri e cazzotti” è scritto meglio. Mimmo Carratelli è stato prezioso nell’impostazione globale.

Questo libro mi ha dato grandi soddisfazioni. Diversi registi vogliono fare un film da questo libro. Uno è Francesco Patierno, che ha scritto anche la prefazione del secondo libro. Venne da me e mi diede un anticipo, prese i diritti per due anni, poi purtroppo non ha trovato un produttore… Prima o poi il film si farà, ne sono convinto.

2) Cosa le manca del pugilato? Ammesso che le manchi qualcosa…
La gioventù. Ma anche l’emozione di salire sul ring. La paura di perdere… Anche se i miei cinquanta combattimenti li ho vinti quasi tutti. Tranne l’ultimo, andai KO con Zara, un energumeno torinese, aveva un fisico da lottatore. Quello fu il mio ultimo match, avevo vent’anni. Ho iniziato a quindici. Sono stato in nazionale, insieme a Benvenuti. Lui era il primo della classe e io l’ultimo.

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3) Com’è stato accolto il libro dalle tante persone citate? E dai lettori?

La prima, grande soddisfazione la ebbi da Fernanda Pivano. Io le mandai le bozze del libro senza chiederle una prefazione, senza chiederle niente. E lei mi telefonò – io stavo dormendo, mi ricordo – nel dormiveglia dissi:
“Pronto, chi è?”
“Sono Fernanda.”
“Ah, Fernanda, come mai questa telefonata?”
“Ti ho scritto la prefazione per il libro.”
“E come mai?”
“Tu perché me l’hai mandato?”
“Per farti vedere che c’era anche un paragrafo dove parlo solo di te.”
“Ti leggo la prefazione.”
Io ero sul divano, ancora un po’ addormentato: mi svegliai completamente. La prefazione, per me, fu davvero emozionante. Fernanda Pivano, con quella sua voce bellissima, calda, me la lesse tutta… Fu una grande emozione.

E poi, gli amici… Sinibaldi, al Salone del libro di Torino, disse: “La vera sorpresa di quest’anno è Tullio Pironti, con la sua autobiografia”. Il mio è stato il quinto libro premiato. Marino Sinibaldi l’ho incontrato pochi giorni fa. È una persona splendida, e ha scritto un grande libro. È un libro intelligente. Sono rimasto sorpreso dalle cose che sa e che cerca di trasmettere.

4) Il libro è stato pubblicato in America e in Croazia. Com’è andata all’estero?
All’estero non credo che sia andato molto bene, io non ho saputo più niente né ho chiesto più niente. La mia soddisfazione è stata arrivare in America. Una grande gioia.

Books and rough business

5) Lei ha pubblicato in Italia diversi autori americani. Sono venuti, poi, a Napoli?
No. Tranne Don DeLillo. Venne a Capri, ma non fu accolto in modo particolare.

6) Come vede il futuro dell’editoria?
Malissimo. Andrà tutto male. Vedo un futuro tragico per l’Italia, non solo per l’editoria. Io non mi preoccupo più per me, ma per i giovani. Il giornalismo, per esempio, sta attraversando una crisi incredibile, licenziamenti dappertutto. Attraversiamo un momento di grande crisi e diseguaglianze. Grandi ricchezze e povertà incredibili. C’è chi prende quarantamila euro di pensione al mese, e chi quattrocento. Queste disuguaglianze sono eccessive. Non mi convincono questi politici che abbiamo. C’è una trasmissione che si chiama “Piazza pulita”. Dovrebbero fare piazza pulita di tutti quanti.

Tornando alla domanda, non dimentichiamo, poi, la crisi delle librerie. Parte da là, la crisi dell’editoria. Parliamo di Napoli. Le librerie non ci sono più. Della vecchia generazione sono rimasto solo io. Forse perché ho saputo difendermi un poco meglio, con la guardia alta, come facevo da pugile. Hanno chiuso tutti. Tutte le librerie universitarie non ci sono più. La grande libreria Guida, che ha rappresentato la storia del libro a Napoli, ha chiuso. Idem Loffredo, la libreria Pironti a via Port’Alba… È una rovina. E noto che i giornali parlano poco di questo. Certo, hanno parlato tanto di Guida, ma in generale no. Non so le librerie di catena, da sole, per quanto resisteranno.

7) Come vede il futuro di Napoli?
Potrebbe funzionare. Ci sono poche cose che si dovrebbero fare. Ordine pubblico. Combattere la micro delinquenza. È quella che dà fastidio. Danneggia l’immagine della città, e il turismo. Il sindaco dovrebbe puntare su queste quattro cose:

– le strade pulite, e aggiustate
– i mezzi pubblici, che camminino e siano puntuali
– la microcriminalità
– promuovere le bellezze della città.

Vesuvius - Andy Wharol

8) Lei ha pubblicato “Il Camorrista” e diversi altri titoli di questo genere. Pensa che a Napoli si scriva troppo di camorra? E di Saviano che pensa?
Senza entrare nel merito, Saviano è un grande, ha venduto milioni di copie. Chi vende milioni di copie è un grande, non c’è niente da fare. È inutile dire: “Saviano ha copiato” “Saviano ha parlato male di Napoli”. Saviano fa lo scrittore, e ha avuto un successo planetario. Ed è napoletano. Quindi mi sta benissimo.

La camorra c’è, esiste. Camorra, mafia, ‘ndrangheta… Io sono stato uno dei primi editori d’Italia a fare libri di denuncia. Adesso ce ne sono altri, ma all’epoca nessuno lo faceva. Libri contro i politici, la camorra, la delinquenza, il malaffare, la corruzione della chiesa.
Poi purtroppo, mi lanciai sulla narrativa, lasciando il filone dei libri di denuncia, che hanno occupato altri.

9) Cosa pensa degli ebook? E del self publishing?
Siamo in ritardo, rispetto all’America, o anche all’Italia del nord. Per adesso, secondo me, in Campania, funziona al 7-8%. Ma arriverà il momento in cui funzionerà moltissimo.

10) Quindi darà un colpo alle librerie?
Ma non è colpa solo dell’ebook… Non si legge più. È colpa della televisione. Dei programmi televisivi. Di Berlusconi. Un ragazzo che guarda programmi televisivi ignobili non leggerà mai un libro. Quindi televisione, scuola elementare innanzitutto, che dovrebbe essere la formazione del ragazzo. E delle famiglie, che non danno l’esempio. Se un bambino non vede un genitore, un fratello che legge, non lo farà a sua volta. Ci dovrebbero essere almeno dieci libri per casa.
Non vogliono capire che la lettura ti forma. Ti dà una ricchezza che tu non hai.

11) Il libro che avrebbe voluto pubblicare.
Gomorra. Ce ne sono tanti…

gomorra
12) Il libro che si è pentito di aver pubblicato.

Tanti. Ce ne sono tanti che ho pubblicato a malincuore, specie quelli a pagamento. Per me, una volta, il doppio binario*** non esisteva. Oggi non c’è niente da fare. Non puoi fare sempre il mecenate. Il tempo non lo permette più. Bisogna sopravvivere in questo momento.

13) Il libro – inesistente – che avrebbe voluto leggere.
A bruciapelo non le so dire. Magari un libro che ti insegna a vivere.

14) In fin dei conti, com’è stato e com’è fare l’editore a Napoli?
A Napoli non c’è stato mai un Editore. Forse solo io potevo avere una speranza di successo, a livello nazionale. Io ho portato in Italia degli autori formidabili, li ho portati a Napoli, è questa la mia soddisfazione.
Anche non avendo mai avuto un aiuto da Napoli, dalla città. I miei concittadini, o meglio, coloro i quali ci governano, non avevano capito che stava nascendo un editore che poteva avere grandi spazi. Nessuno ci credeva, o forse non volevano credere, al fatto che un ex pugile potesse fare l’editore. Bisognava essere un cattedratico. Questo è il provincialismo che ha avuto Napoli. La città è colpevole, su questo. Se voleva un grande editore, poteva averlo. Sellerio è diventato un grande editore anche perché la regione Sicilia gli ha dato tutto l’aiuto possibile.

*** Per “doppio binario” si intende un editore che pubblica sia per meriti letterari, quindi senza chiedere soldi agli autori, sia a pagamento, permettendo, a chi vuole, di pubblicare per vanità o altri motivi, al netto del talento.

                                                                                                                                             Tullio Pironti e Aniello Troiano

foto Pironti (12)

Libri e cazzotti, di Tullio Pironti.

Libri e cazzotti

Ormai è assodato: l’autobiografia è il mio “genere” preferito.
L’ho detto tante volte: l’ideale sarebbe raccontare la propria vita, a condizione di avere vissuto esperienze interessanti.
Ecco, a me il racconto della vita di Pironti è piaciuto molto.
Ma è un termine vago, me ne rendo conto. Molto vuol dire che, se non avessi avuto altri impegni, il libro l’avrei mollato solo alla fine, l’avrei divorato in una volta sola. L’ho letto come un thriller ben fatto, con la stessa passione. Questo significa.
Ci sono stato bene tra quelle pagine, la lettura è stata un piacere puro. Niente fatica, niente passaggi lenti, noiosi, da sopportare per ritornare a godere del bello. Il libro è lungo il giusto e ogni capitolo è una storia nuova, avvincente, con tanti protagonisti celebri. Una serie di aneddoti che riguardano gente del calibro di Fellini, Cutolo, Bret Easton Ellis, Raymond Carver, Fernanda Pivano, Licio Gelli, Andreotti, Hemingway, Sciascia, Don DeLillo … Mi fermo qua, nominarli tutti mi annoia.
Pironti ha contribuito a fare la storia della letteratura, qui in Italia. Non è un’opinione, è un fatto. È stato lui a pubblicare Bret Easton Ellis per primo, soffiandolo alla Mondadori, offrendo 51 milioni di lire in un’asta telefonica. Ma anche Don DeLillo, Raymond Carver. È stato lui a pubblicare “Il camorrista” di Joe Marrazzo, da cui è stato tratto il celebre film di Tornatore. E per un amante dei libri, poter conoscere – anzi leggere – i retroscena legati a questi e tanti altri nomi celebri è un piacere.

Ma sarebbe ingiusto parlare solo di Pironti come testimone, come interlocutore di personaggi celebri. La sua vicenda privata, al netto dei libri, è di per sé interessante, avvincente. Il percorso come pugile, ad esempio, segnato da paure ma anche da successi importanti, abbandonato dopo essere finito KO per mano di Zara, un torinese dalla forza bestiale. E poi la guerra, con i suoi turbamenti, la vita familiare, la Napoli del dopoguerra e del benessere, con tutto il suo colore e la sua gente unica, tra ladri onesti e lavoratori imbroglioni. Napoli è paradossale, prendere o lasciare.

Ancora, facciamo un’altra divisione. Dimentichiamoci di ciò che viene raccontato, e parliamo di come lo si racconta. Lo stile avrebbe potuto essere il punto debole del libro. Pironti ci ha vissuto per decenni, con i libri, è vero. Ma li ha pubblicati, non scritti.
Pericolo scampato: lo stile è equilibrato, improntato sull’uso di un italiano preciso, pulito, un po’ vecchia scuola nelle espressioni ma tutt’altro che distante dal lettore di oggi. Di certo un uomo nato nel 1937 non può e non deve usare espressioni giovanili. A volte capita di leggere queste cose, su Internet, e non si sa se avere paura o se ridere.
La prosa è misurata: mai troppo lunga ma nemmeno scarna, dà i dettagli giusti ma non annoia.
I dialoghi sono riportati con lo stesso italiano, fatta eccezione per qualche concessione al dialetto. Ecco, a voler fare i pignoli, io li avrei riportati con una lingua più colloquiale, più vicina al parlato. Io sui dialoghi ho le mie teorie e sono molto esigente: ciò nonostante, questo aspetto del libro non mi ha infastidito. Ero troppo preso dalla bellezza del racconto per farmi dei problemi.

Lo devo proprio dire esplicitamente che ve lo consiglio?

pironti
Per informazioni sull’autore (e, in questo caso, anche sull’editore), cliccate qui.

Intervista allo stronzologo Amleto de Silva

amlo
AT: Sior stronzologo buonsalve, se le aggrada procederei con delle domande.

AdS: Vadi vadi.

AT: Com’è stato scrivere un libro di questo tipo? Prima di Stronzology hai mai scritto qualche altro saggio/trattato? Potremmo dire che è un po’ come se fosse un unico lungo post del blog, o è un po’ celardiana (ingenuotta, nda) come idea?

AdS: In realtà il blog è una cosa troppo mia. È lo spazio dove scrivo serenamente cazzo seicentomila volte di fila, dove scremo i cretini. Li tengo volutamente lontani, non voglio che leggano le mie cose; quelli dove arrivano rovinano tutto e io non ce li voglio tra i miei lettori, nemmeno aggratis.

AT: Stronzology è nato sul tuo blog, ma ci sono solo due post al riguardo. Come mai hai interrotto la pubblicazione? Avevi già pensato di scriverci un libro o avevi accantonato questo tour nella stronzaggine umana, in vista di altre strabilianti avventure (sono sempre strabilianti, per definizione)?

AdS: È vero che l’idea parte dal blog. Poi un giorno mi chiama Alessandra Minervini di LiberAria e mi propone di farne un libro. Ho detto subito di sì. Dopo due romanzi lunghi sentivo il bisogno di scrivere un saggio, e anzi ti anticipo che sarà un saggio anche il prossimo.

AT: Citeresti un personaggio noto in grado di rappresentare al meglio lo Stronzo?
Per evitare il femminicidio (inteso come termine: il problema ce l’ho con la parola, ci mancherebbe) metterei anche una personaggia, perché diciamolo: anche le donne possono fare lo stronzo. Basta con questi maschilismi.
Possono essere sia personaggi storici sia personaggi in vita, reali o fittizzi non conta, basta che li conoscano in molti.

AdS: Mah, che dire. Nominare una o più persone è anche riduttivo. Le persone hanno dei limiti, la stronzarìa invece no, ed è quella che sta prevalendo. Adesso conta solo il fine, non più il mezzo: contano i soldi, non come li fai. Quello che ha scritto “La vita agra” conta anche meno di quella che ha scritto una cacatella per femmine, perché il fine è numericamente inferiore. Questa è la vera stronzaggine: è una categoria dello spirito cui tutti vogliono aderire, anche quelli cui non conviene affatto.

romanzi amlo

I due romanzi precedenti.

 

 

AT: E per i cretini? Ce l’hai una coppia magica (ricordati le quote rosa)? O dobbiamo aspettare l’uscita di Cretinology?

AdS: Anche qui, uguale. Ne vediamo a milioni, ma ci rifiutiamo di riconoscerli. È come coi pedofili: tu magari, personalmente, scopri che uno ha una qualche qualità, che so, è un appassionato cinefilo. E invece dobbiamo essere capaci di fare di tutta l’erba un fascio. Se cominciamo a personalizzare vincono loro. E non devono vincere, questi.

AT: Hai voglia di dire qualcosa sulle cinque leggi degli stronzi o il volgo immondo deve accattarsi “l’agile volumetto” per giungere alla conoscenza, all’illuminazione?

AdS: No, non aggiungo niente. Il libro costa poco e un sacco di gente si è fatto il culo per produrlo, e mi sembra giusto comprarlo. Tanto più che chi lo compra sa perfettamente chi sono e cosa e come scrivo. Non mi nascondo, non mi atteggio e non mi acconcio la bocca. Però sono facoltativo, quindi.

AT: Hai citato diverse storie famose in questo libro: Sherlock Holmes, la Battaglia delle Termopili (e quindi 300, OHIBO’, AHIME’, ma sei stato costretto, lo so), i film di Charles Bronson e Bronx, con il “metodo Palminteri”.
Secondo te Bronx è o no un film un po’ sottovalutato?
Secondo me è offre un punto di vista diverso sul tema – sicuramente abusato – della Mafia in America e specie a New York City. I mobsters visti, conosciuti e vissuti da un ragazzo perbene che resta tale.
A pensarci bene anche Mean Street l’ha fatto, per certi versi, ma è un po’ una palla quel film.

AdS: Prima di tutto, io amo molto Frank Miller, e che sia andato in mano ai sciemi non cancella le belle ore che ho passato per merito del suo lavoro. Mean streets è girato con due lire in un momento particolare, va contestualizzato. Io lo vidi in un cinema d’essai appena uscito (che in Italia significava un paio d’anni dopo) e ti assicuro che per noi ragazzi fu uno schiaffo in faccia. Per quanto riguarda Bronx, soffre un po’ l’adattamento al grande schermo. È stato pensato per il palcoscenico e si vede. Però resta un gran film. I mobsters sono una grande forma d’ispirazione e gli unici portatori sani di etica.

AT: Sior stronzologo, questo è tutto. Se le aggrada dirci altro, ha spazio libero.

AdS: Compratevi Stronzology. Se non lo vedete in vetrina, cercatelo in libreria. Se non lo vedete, chiedetelo. Se non ce l’hanno, ordinatelo. Ricordatevi che i librai sono come i salumieri, che ti mettono sempre davanti agli occhi la robaccia di cui si vogliono disfare, e si accovano la roba buona per amici e parenti. Siate parenti, perdìo.