Libri e cazzotti, di Tullio Pironti.

Libri e cazzotti

Ormai è assodato: l’autobiografia è il mio “genere” preferito.
L’ho detto tante volte: l’ideale sarebbe raccontare la propria vita, a condizione di avere vissuto esperienze interessanti.
Ecco, a me il racconto della vita di Pironti è piaciuto molto.
Ma è un termine vago, me ne rendo conto. Molto vuol dire che, se non avessi avuto altri impegni, il libro l’avrei mollato solo alla fine, l’avrei divorato in una volta sola. L’ho letto come un thriller ben fatto, con la stessa passione. Questo significa.
Ci sono stato bene tra quelle pagine, la lettura è stata un piacere puro. Niente fatica, niente passaggi lenti, noiosi, da sopportare per ritornare a godere del bello. Il libro è lungo il giusto e ogni capitolo è una storia nuova, avvincente, con tanti protagonisti celebri. Una serie di aneddoti che riguardano gente del calibro di Fellini, Cutolo, Bret Easton Ellis, Raymond Carver, Fernanda Pivano, Licio Gelli, Andreotti, Hemingway, Sciascia, Don DeLillo … Mi fermo qua, nominarli tutti mi annoia.
Pironti ha contribuito a fare la storia della letteratura, qui in Italia. Non è un’opinione, è un fatto. È stato lui a pubblicare Bret Easton Ellis per primo, soffiandolo alla Mondadori, offrendo 51 milioni di lire in un’asta telefonica. Ma anche Don DeLillo, Raymond Carver. È stato lui a pubblicare “Il camorrista” di Joe Marrazzo, da cui è stato tratto il celebre film di Tornatore. E per un amante dei libri, poter conoscere – anzi leggere – i retroscena legati a questi e tanti altri nomi celebri è un piacere.

Ma sarebbe ingiusto parlare solo di Pironti come testimone, come interlocutore di personaggi celebri. La sua vicenda privata, al netto dei libri, è di per sé interessante, avvincente. Il percorso come pugile, ad esempio, segnato da paure ma anche da successi importanti, abbandonato dopo essere finito KO per mano di Zara, un torinese dalla forza bestiale. E poi la guerra, con i suoi turbamenti, la vita familiare, la Napoli del dopoguerra e del benessere, con tutto il suo colore e la sua gente unica, tra ladri onesti e lavoratori imbroglioni. Napoli è paradossale, prendere o lasciare.

Ancora, facciamo un’altra divisione. Dimentichiamoci di ciò che viene raccontato, e parliamo di come lo si racconta. Lo stile avrebbe potuto essere il punto debole del libro. Pironti ci ha vissuto per decenni, con i libri, è vero. Ma li ha pubblicati, non scritti.
Pericolo scampato: lo stile è equilibrato, improntato sull’uso di un italiano preciso, pulito, un po’ vecchia scuola nelle espressioni ma tutt’altro che distante dal lettore di oggi. Di certo un uomo nato nel 1937 non può e non deve usare espressioni giovanili. A volte capita di leggere queste cose, su Internet, e non si sa se avere paura o se ridere.
La prosa è misurata: mai troppo lunga ma nemmeno scarna, dà i dettagli giusti ma non annoia.
I dialoghi sono riportati con lo stesso italiano, fatta eccezione per qualche concessione al dialetto. Ecco, a voler fare i pignoli, io li avrei riportati con una lingua più colloquiale, più vicina al parlato. Io sui dialoghi ho le mie teorie e sono molto esigente: ciò nonostante, questo aspetto del libro non mi ha infastidito. Ero troppo preso dalla bellezza del racconto per farmi dei problemi.

Lo devo proprio dire esplicitamente che ve lo consiglio?

pironti
Per informazioni sull’autore (e, in questo caso, anche sull’editore), cliccate qui.

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