Io e Pulp Fiction

Pulp Fiction, per me, è stato e continua a essere un film fondamentale.
Ho sempre amato le storie, e già prima di Tarantino ero capace di appassionarmi sul serio a un libro, una storia raccontata a voce, una favola, un audiolibro, un cartone animato…
Però, Pulp Fiction mi ha cambiato.
Forse perché l’ho visto troppo, troppo presto.

Avevo undici anni, o forse dieci. E un problema: volevo guardare i film, davvero volevo farlo, ma poi, appena iniziavo a essere stanco, bastava una pubblicità e puff, mi addormentavo. Con il mio solito sonno pesante. Mio padre e mia sorella – mia mamma non ama guardare i film – potevano chiamarmi quanto volevano: non mi risvegliavo. E il giorno dopo gli chiedevo di farmi i riassunti.

“Che è successo dopo che Robin Hood è andato là e poi…?”

Se il riassunto era sbrigativo – e spesso lo era – mi sentivo truffato.
I film li trasmettevano troppo tardi, per i miei gusti.
Perché aspettare le nove? Che poi non erano mai le nove, ma sempre le nove e dieci, nove e un quarto… Per forza mi addormentavo. Vedevo al massimo mezzo film.
Perciò, quando vidi la pubblicità di Balto, quel giorno, pensai:

“Stasera me lo registro”.

Balto

Balto mi piaceva tantissimo, il videoregistratore ce l’avevo, serviva solo una cassetta. Peccato che le cassette vuote fossero finite.
Ma non mi scoraggiai.
Presi le cassette ancora avvolte nel cellophane e iniziai a guardarle, per sceglierne una. Se nessuno le aveva usate, significava solo una cosa: potevo registrarci sopra.
Scelsi la cassetta di Pulp Fiction.
Mi colpì l’immagine in copertina – a proposito, si può dire copertina, quando si parla di una cassetta? Comunque, l’immagine che c’era sulla custodia di cartone. Con il marchio del Corriere della Sera, per essere precisi.
C’era una donna che fumava. Era stesa a pancia in giù sul letto, aveva una rivista a fianco, e mi guardava con un’aria strana, che mi incuriosiva. E poi aveva una posa particolare, con le gambe alzate.
Non saprei dire se fu attrazione per Uma Thurman o semplice curiosità, ma alla fine scelsi quella cassetta.

Pulp Fiction - Cassetta (1)

Pulp Fiction - Cassetta (2)

Pulp Fiction - Cassetta (3)

Ovviamente, le immagini che vedete qui sopra sono di quella cassetta.

Non ricordo se nella ricerca mi aiutò anche mia sorella, ma sta di fatto che ho questa immagine chiara nella mente, questo spezzone di filmato: io che le dico che registrerò Balto là sopra e lei che, incuriosita dalla cassetta, decide di vederla prima.
La portammo da mio padre, e lui disse che no, non ci potevo registrare sopra. E a me bruciò il culo, ovvio. Mia sorella, nel frattempo, prese il vocabolario di inglese e cercò il significato di Pulp. Fiction era una parola che conosceva. Pulp no. E quando lesse che vuol dire “polpa” si sentì ancora più confusa.
E io sempre più incuriosito.
Perché non potevo registrarci sopra? Cioè, questo lo avevo capito: perché papà lo considerava un bel film.
E perché non l’aveva mai vista, la cassetta, se quello era un bel film?
E perché il film si chiamava Finzione Polpa o Polpa Finzione o roba così?
Non significava niente, almeno così sembrava.

Papà decise di vedere il film, con mia sorella. Io non potevo restare, ero piccolo. Me lo disse chiaramente.
Ma io, un po’ perché mi sentivo truffato all’idea di non poter registrare Balto sulla cassetta che avevo trovato e scelto, un po’ perché ero incuriosito dall’immagine, dal titolo, dal giudizio di mio padre – e dal divieto, ovvio – riuscii a impormi e guardai il film insieme a loro.

Cambiò tutto.
Davvero cambiò tutto.
Pulp Fiction mi folgorò. Diventò un’ossessione.

Sul momento non ci capii molto. Ricordo benissimo che dovetti fare diverse domande, per non perdermi in quella trama non molto semplice, specie su un piano temporale (l’ordine non è cronologico). Ricordo altrettanto bene che, nella scena in cui Mia Wallace vomita in preda all’overdose, chiesi candidamente: “Perché ha vomitato la ricotta?”
Non mi fu data risposta, o non me la ricordo, ma per me aveva ben poco a che fare con la droga e molto a che vedere con mio cugino. Poco tempo prima aveva vomitato il latte della madre, davanti ai miei occhi. L’effetto era molto simile, a vedersi. Però Mia Wallace non era stata allattata…

Pulp Fiction - Mia si droga

Quella storia mi cambiò tutti gli schemi. E se non sbaglio, Balto non lo registrai più, era passato in secondo piano.

Ci fu un periodo in cui arrivai a guardare la cassetta a ripetizione, di pomeriggio, specie quando non c’era molto da fare e non c’era gente in giro per casa.
Ci misi anni per capire alcune cose, delle dinamiche che un bambino di undici anni non può capire. Ma già guardando senza capire tutto, già limitandomi a osservare, mi sentivo attratto e rapito da quella gente che parlava in un modo strano, sì, ma intrigante.
Non mi veniva da imitarli, assolutamente. Non mi fece venire strane voglie. Non fu diseducativo, se vi serve una rassicurazione.
Però a Vincent, a Jules, a Mia, a Butch, io ci pensavo spesso. Ma anche a tutti gli altri.
Per me erano persone vere, pur sapendo che erano finte, che si trattava di attori.
Per me esistevano, e mi piaceva la loro compagnia.

Pulp-Fiction-Butch

Nel novembre 2010, dopo tante storie iniziate e mai finite, dopo aver fantasticato di scrivere un paio di romanzi (uno parlava di un pirata, un altro era un fantasy scopiazzato “ispirato” dai film de “Il Signore degli Anelli”) scrissi il primo racconto serio, fatto e finito. Sensato, gradevole.
Ed era figlio di un certo tipo di cinema, c’è proprio poco da girarci intorno.
C’erano due killer che andavano in giro a uccidere gente per conto di un boss, anche se poi le cose si mostravano meno semplici del previsto (c’era un colpo di scena abusato ma non troppo, che nel contesto aveva il suo perché).

Nel periodo compreso tra febbraio 2013 e il marzo 2014 (revisioni e luuunghe attese incluse), riuscii a scrivere il primo romanzo degno di essere pubblicato. La storia venne fuori così, spontaneamente. Smisi di seguire i consigli degli altri e iniziai a fare di testa mia al cento per cento. Me ne fregai dei lettori potenziali e delle regole di scrittura, me ne fregai di tutto quello che per me non era divertimento.
E nel divertimento, cosa venne fuori?
Dei personaggi ai quali ci si affeziona, dei criminali da strapazzo che fanno cose pericolose ma divertenti, mai noiose.

Non penso di aver scritto il nuovo Pulp Fiction, assolutamente.
Ma sono certo del fatto che, senza Pulp Fiction, tante cose non sarebbero successe.

 

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