Recensione: Lilyhammer – 1° & 2° Stagione

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Trama:

Frank Tagliano (Steven Van Zandt, chitarrista di Bruce Springsteen e attore ne “I Soprano”) è il braccio destro di Sally Boy Delucci. Quando questi muore, il posto di boss spetterebbe a Frank, ma non tutti sono d’accordo: il fratello del defunto, Aldo Delucci, pensa di meritare la leadership per motivi “familiari”. Per questo, prova a risolvere le cose alla maniera dei mafiosi: ordina di far ammazzare Frank. Questi, per salvarsi la pelle, accetta di collaborare con l’FBI, che lo accoglie nel Programma Federale Protezione Testimoni (Federal Witness Protection Program) in cambio della sua testimonianza contro Aldo. Frank chiede quindi di essere trasferito, con l’identità di Giovanni Henriksen, presso Lillehammer, che crede essere un posto sicuro e amabile (l’ha visto anni prima in TV, durante le Olimpiadi invernali del 1994).
Sul treno che va da Oslo a Lillehammer, Frank/Giovanni fa colpo su un’insegnante, tale Sigrid Haugli (Marian Saastad Ottesen), e suo figlio Jonas (Mikael Aksnes-Pehrson). I due avranno una relazione e poco dopo Frank finirà col metterla incinta.
A questo punto, il nostro proverà a rifarsi una vita con questa nuova famiglia, aprendo un locale, il “Flamingo” (così chiamato in onore di un grande casinò di Las Vegas costruito con i soldi della Mafia americana).
Ma riuscirà Frank a liberarsi dalle vecchie, cattive abitudini?
E soprattutto: i norvegesi sono poi così limpidi e incorruttibili?

Soundtrack dell’articolo: la sigla di Lilyhammer.

Giudizio:
Sono un fan di Steven Van Zandt, amo i film di mafia e per un certo periodo della mia vita sono stato interessato ai paesi scandinavi. Potrete capire, quindi, come mai ho deciso di vedere questa serie. A proposito dei paesi scandinavi: siete liberi di non credermi, ma il mio interesse non era esclusivamente legato alle bionde, anzi. Mi affascinavano alcuni aspetti della loro cultura e della loro storia. Tant’è che ho seguito diversi blog di italiani residenti in Svezia o Norvegia, per poi giungere alla conclusione che, come popoli, gli scandinavi non mi interessano più di tanto. Sì, lo so, è una riflessione frutto di esperienze di seconda mano, quasi un pregiudizio, ma:
1) non ho avuto ancora l’opportunità di visitare queste nazioni, quindi il massimo che posso fare è selezionare le fonti, scartando blogger che mi sembrano inaffidabili.
2) se tutti dicono che ci sono determinate cose, allora forse, magari, può anche darsi che questa cose ci siano, stereotipi a parte.
Ora, una di queste cose è l’atteggiamento eccessivamente “studiato” degli scandinavi. In nome di valori sacrosanti, come il rispetto per il prossimo, per le donne, per le altre culture, eccetera, nei paesi scandinavi la popolazione ha assunto tutta una serie di regole di comportamento che, a me, ma non solo a me, sembrano fortemente limitanti della libertà inviduale e anche molto retoriche/buoniste.
Vi ho fatto tutta questa pippa sui paesi scandinavi per un solo motivo: capirete quanto può essere interessante portare un gangster italoamericano, rappresentante abbastanza estremo di quella fetta di mondo occidentale tutt’altro che socialista e perbene, in una terra come la Scandinavia.
Torniamo sempre allo stesso punto: quando si parla di storie, il contrasto, il conflitto, non è solo interessante, è ne-ces-sa-rio. Senza, non c’è niente.

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Dunque, come è stato sviluppato questo contrasto così palese?
Direi bene.
La serie rientra in quel tipo di comicità che tanto mi piace: quello che in lingua inglese viene definito dramedy, o comedy-drama, e che in italiano potremmo rendere come tragicommedia. Si tratta di un tipo di comicità bilanciato da una giusta dose di dramma. Non troverete una serie infinita di macchiette, una specie di “Mister Bean delle nevi”, per capirci, ma al contrario una storia con uno sviluppo drammatico (dove drammatico, ricordiamolo sempre, NON sta per deprimente/triste/tragico, che è uno dei significati del termine, ma per simile alla vita vera, vale a dire che non si ride solo ma vi è anche una parte legata alla sfera emotiva, un’evoluzione dei personaggi e delle situazioni, un’imitazione della vita reale nella sua interezza, cosa che in Mister Bean, tanto per dire, non c’è).
Insomma, la serie è seria, verrebbe da dire, se solo non fosse un gioco di parole abbastanza ridondante. Tanto per fare un esempio, le scene violente restano tutto sommato in linea con quelle delle altre serie del genere “mafia” – sono giusto un po’ meno splatter e cruente, tendono a lasciar immaginare di più. Semplicemente gli scrittori hanno messo sotto i riflettori il lato più comico della vicenda.

don giovanni
L’evoluzione della trama e dei personaggi è solida e interessante: si ha voglia di sapere come andrà a finire proprio come quando si guarda una serie “impegnativa”, e questo è un grande vantaggio.
Non dimentichiamoci, poi, che all’inizio della prima stagione Frank ha fatto “l’infame” e i suoi ex amici di New York vogliono farlo fuori, in più i poliziotti della stazione locale hanno fiutato qualcosa… Nella seconda, poi, i problemi non mancheranno, grazie a una banda di criminali inglesi e ad alcuni documenti molto compromettenti.
C’è di che preoccuparsi, per il nostro “povero” Frank.
Ci sono poi diverse citazioni esplicite – a partire da “Il Padrino”, per poi passare a “Quei bravi ragazzi”, “I Soprano”, i film di Tarantino, eccetera – che, per un appassionato del genere come me, sono una goduria. In particolare, il finale della seconda stagione è un’insalata di citazioni imperdibile.
In tutto le puntate sono sedici (otto per stagione) da 45 minuti l’una, ma non sono state trasmesse in Italia. Peccato.
Insomma, con Lilyhammer si ride e ci si appassiona. Ne vale la pena. Se siete dei fan del genere, non potete as-so-lu-ta-men-te perderla.

P.S. Sarà il caldo, non so, ma ultimamente Stories sta viaggiando spesso nel Nord Europa. Spero che vi piaccia la neve…

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