Recensione: L’anno della lepre

Brown Hare running in snow
Trama (dal sito dell’editore):
Giornalista quarantenne a Helsinki, Vatanen ha raggiunto quel momento dell’esistenza in cui di colpo ci si chiede quel “ma perché” che si è cercato sempre di reprimere, nascondendo a se stessi e agli altri che quel grigiore a cui si è arrivati a furia di rinunciare ai sogni, di accettare compromessi, di rassegnarsi al logoramento delle amicizie, del lavoro, degli amori, quel qualcosa in cui siamo rimasti impigliati e in cui non ci riconosciamo, è in realtà la nostra vita. Una sera, tornando in macchina da un servizio fuori città con un amico fotografo, investe una lepre, che fugge ferita nella campagna. Vatanen scende dall’automobile, la trova, la cura e, sordo ai richiami dell’amico, sparisce con lei nei boschi intorno. Da quel momento inizia il racconto delle svariate, stravaganti, spesso esilaranti peripezie di Vatanen, trasformato in un vagabondo che parte all’avventura, on the road, un wanderer senza fretta e senza meta attraverso la società e la natura, in mezzo alle selvagge foreste del Nord e alle imprevedibili reti della burocrazia, sempre accompagnato dalla sua lepre come irrinunciabile talismano. E la sua divertente e paradossale fuga dal passato diventa un viaggio iniziatico verso la libertà, la scoperta che la vita può essere reinventata ogni momento e che, se la felicità è per natura anarchica e sovversiva, si può anche provare ad avere il coraggio di inseguirla. Un libro-culto nei paesi nordici che ha creato un genere nuovo: il romanzo umoristico-ecologico.

Soundtrack dell’articolo: If You Want To Sing Out Sing Out – Cat Stevens

Giudizio:
È da un po’ di tempo che sento la necessità di andare oltre il genere. Non perché il romanzo criminale sia brutto o la qualità sia calata di botto: i classici sono tanti e tali che ne avrei di cose da leggere e rileggere. La stessa zuppa, mangiata tutti i giorni, per quanto buona finisce per stancare. Ecco tutto.
Però… c’è un però.
Il genere “crime” dà delle garanzie a cui difficilmente riesco a rinunciare: ritmo, azione, tensione, una certa profondità dei personaggi, assenza di BUONISMO.
La sfida alla base di questa mia nuova fase da lettore, improntata ad ampliare le mie letture pur non abbandonando il genere, è questa: trovare un libro che abbia il bello della letteratura criminale, ma senza crimine.
È in questo contesto che si inserisce la scelta di leggere “L’anno della lepre”, bestseller del finlandese Arto Paasilinna (più di 120.000 copie vendute in Italia).
La quarta di copertina mi ha subito intrigato, ma poi mi sono detto: ok, come fai a scrivere una storia del genere senza essere mai palloso?
Come fai a scrivere un romanzo basato su un viaggio interiore senza scadere nel banale, nell’ovvio, nell’utopico, nel… buonismo?
Paasilinna riesce in buona parte degli obiettivi. Certo, il ritmo non è sempre alto, ma teniamo bene a mente che si tratta di un autore nordeuropeo. Già è tanto che abbia condensato la storia in “sole” 180 pagine nette, circa. Pur essendo non sempre tesissimo, il romanzo non rallenta mai fino al punto da far abbandonare la lettura.
Sono stato spinto ad andare avanti da due cose: la curiosità di sapere come andava a finire, puramente da lettore, e la voglia di capire come scrivere una storia non di genere in modo efficace, da scrittore desideroso di “rubare” il mestiere.
Insomma, come fa questo Paasilinna?
Taglia.
Racconta episodi interessanti e scarta tutto il resto. Ci sono diversi buchi tra un racconto e l’altro, intere fasi del viaggio scartate in quanto noiose. Attenzione: con buchi non intendo dire che si percepisce una mancanza, leggendo. Intendo dire che si ha l’impressione di sentirsi raccontare da un uomo degli aneddoti su un viaggio, in ordine cronologico.
Una volta a Vatanen è capitato questo, sai? E via a raccontare.
L’azione di tanto in tanto c’è. C’è il movimento. Non c’è quella stasi mortale e polverosa che accompagna troppo spesso il cosiddetto romanzo “non di genere” – senza ombra di dubbio l’etichetta più idiota della storia della letteratura, se consideriamo che ogni libro è ascrivibile a uno o più generi.
L’ironia onnipresente aiuta molto. È un umorismo ora bonario, ora satirico, anche in toni feroci, seppur mascherati da parole gentili. Paasilinna prende per il culo tante di quelle persone: borghesi, burocrati, complottisti, violenti, snob, e via discorrendo. A me, questo, non può che far piacere. Prendere per il culo il prossimo è il sale della vita, altro che l’ottimismo. Che pur non manca, eh. Questo libro è un gigantesco inno alla libertà, un invito a uscire dagli schemi, a seguire il nostro istinto, a vivere la natura pur con tutti i suoi lati negativi (temevo che il libro potesse raccontare la natura in modo molto zuccheroso, del tipo “uomo libero correi nei prati in fiore e bacia gli uccellini che si posano sul suo nasino”: così non è).
Lo stile è scorrevole e piacevole, pieno di ripetizioni (specialmente i nomi) che però non risultano mai fastidiose.

Io ve lo consiglio. È un libro potenzialmente adatto a tutti. Un libro capace di parlare al selvaggio che abbiamo dentro.

paasilinna

 

 

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