La famiglia Corleone – Ed Falco (Recensione)

famiglia corleone big

Trama:
New York, 1933. Le gang criminali della città hanno prosperato all’epoca della Grande Depressione, ma con la fine del proibizionismo una guerra infuria tra i vari clan per il controllo degli affari. Per Vito Corleone nulla è più importante del futuro della propria famiglia. In particolare ha a cuore il maggiore dei suoi figli, Sonny. Vito vorrebbe che diventasse un onesto uomo d’affari, ma Sonny – 17 anni, irrequieto e impaziente – vuole altro: seguire le orme del padre e diventare parte del vero business di famiglia.


Giudizio:

Partiamo dall’essenziale. Consiglio questo romanzo? NO.
Vi spiego perché.
Da questo libro non mi aspettavo nient’altro che un’onesta operazione commerciale. D’altra parte, anche “Il Padrino” lo è, eppure è un gran bel romanzo. Insomma, volevo un prolungamento della storia che ho amato. E invece, mi sono ritrovato con uno stravolgimento della stessa scritto in modo non troppo entusiasmante.
Ancora una volta, è COME si racconta a fare la differenza, e non cosa. Non basta avere una grande storia e dei personaggi leggendari per tirare fuori un bel libro.
Iniziamo a parlare degli stravolgimenti.
I protagonisti di questa storia sono Sonny Corleone, primogenito impetuoso di Don Vito, e Luca Brasi, killer brutale e spietato.
Ora, la descrizione fisica di Luca Brasi nell’opera di Puzo è questa:

“Luca Brasi era davvero un uomo da spaventare il diavolo in persona. Piccolo, tozzo, dal cranio massiccio, la sua presenza faceva suonare le campane a martello. La faccia portava il marchio della violenza. Gli occhi erano castani ma, senza il calore tipico di quel colore, erano di un marrone implacabile. La bocca non era tanto crudele quanto senza vita: sottile e della tinta della carne di vitello.”

Nel romanzo di Ed Falco, invece, il killer viene descritto così:

“Luca Brasi, in giacca e cravatta, era in piedi al centro del garage, le mani sui fianchi. Era alto quasi due metri, con cosce grosse come pali del telefono. Il petto e le spalle parevano spuntargli direttamente dal collo e la testa massiccia era dominata da una fronte prominente sopra due piccoli occhi infossati.”

Ora, è evidente che si tratta di un errore madornale. Per quanto il termine piccolo possa esprimere un concetto relativo, non credo che qualcuno userebbe questo aggettivo per indicare una persona alta “quasi due metri”. Se poi questa “variazione” è stata fatta apposta, tanto peggio. Che senso ha scrivere un prequel se poi vai a contraddire l’opera originale?
Ma non è finita qui.
Il nemico di Don Corleone nella guerra degli anni ’30, che nell’opera di Puzo prende il nome di Salvatore Maranzano, nel romanzo di Falco diventa Joseph Mariposa.
Luca Brasi non uccide più dei killer a colpi d’ascia ma con un improbabilissimo machete, tra l’altro stravolgendo la modalità d’esecuzione (e buona parte della potenza della scena).
Vito Corleone non viene più ferito al petto da un killer irlandese DOPO la guerra con Maranzano/Mariposa, ma durante, e su ordine dello stesso, scatenando poi uno scontro a fuoco del tutto assente nell’opera originale.
Infine, il nemico del Padrino viene ucciso (è spoiler, lo so, ma è chiaro come il sole che Vito vincerà la guerra, altrimenti come ci sarebbe stata la storia successiva, in ordine cronologico, e cioè il libro di Puzo?) in un modo completamente diverso e non troppo ben congeniato.
Insomma, si fa quasi prima a elencare i punti in comune.

Passando poi allo stile di Falco, una delle lacune principali è il ritmo. La prima metà del libro (parliamo di 446 pagine complessive) è LENTA.
Inoltre, trovo che lo scrittore americano sia troppo descrittivo, inutilmente minuzioso. Come ho già detto, la prima parte del libro è lenta, e in più non aggiunge NIENTE a quel che sappiamo dal romanzo di Puzo o dal film. È come se Falco sentisse di dover caratterizzare per bene dei personaggi che in realtà sono stra-conosciuti. Non penso che questo libro sia stato letto da chissà quante persone che non sono fan de “Il Padrino”. È un titolo pensato chiaramente per quel target.
Non si può dire che l’autore americano non sappia scrivere in toto, ma non l’ho trovato nemmeno una cima, ecco.
Credo che la mia stroncatura sia abbastanza argomentata.

Se vi viene voglia di rivivere questa saga, non dovete fare altro che rileggere le parti che più vi sono piaciute del libro di Puzo (se non l’intero romanzo, ma certe parti in effetti sono anche evitabili).
Lasciate perdere anche i due romanzi di Winegardner, “Il ritorno del Padrino” e “La vendetta del Padrino”. Anche se lì non c’erano tutte queste inesattezze, la differenza con Puzo si sentiva eccome.

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