Mafia & Psicoterapia: tra fiction e realtà.

tony-melfi

I Soprano è una delle serie di maggior successo degli ultimi quindici anni.
Già, quindici anni. Il primo episodio, “Affari di famiglia” (in lingua originale “The Sopranos”) fu mandato in onda dalla HBO il 10 gennaio 1999. Una data da ricordare, per tutti gli amanti di questo show. Un giorno fatale.
Ok, retorica magniloquente a parte, la qualità della serie è testimoniata dal grande successo di pubblico e critica (se ve la cavate con l’inglese, su Wikipedia trovate un bel paginone pieno di vittorie e nomination: CLICK).
Non c’è bisogno di aggiungere altro.

In questo post voglio parlare dell’idea alla base della serie.
Che un boss mafioso vada in terapia da uno psichiatra, o meglio, dalla psichiatrA, sembra tanto interessante quanto improbabile.
Diverse persone che conosco hanno storto il naso davanti a questa idea.
Provate a dire a un amico: un boss della mafia va da uno psicologo/psichiatra.
Reazioni possibili?
Sguardi scettici.
Frasi tipo: “Sei sicuro?”, o affermazioni meno moderate come “Che puttanata” e “Sembra l’inizio di una barzelletta.”
Ok, forse per un film va bene. Magari per una commedia, visto che è un’idea assurda, ridicola.

analyze
L’hanno usata in “Terapia & Pallottole” (Analyze This, 5 marzo 1999) e “Un boss sotto stress” (Analyze That, 6 dicembre 2002). Il primo ha incassato bene, il secondo no.
Forse non è un’idea totalmente campata in aria, però. Perché, come ho detto poco sopra, da questo spunto iniziale è nata una serie che ha avuto una grande risonanza nel pubblico e nella critica. E questo deve pur significare qualcosa.

the-sopranos

Il fatto è che spesso, nella fiction, tolleriamo molto meno le “stravaganze” che invece, nella vita, possiamo solo accettare.
Per “stravaganze” si intende tutto ciò che esce dai nostri schemi mentali più o meno ristretti.
La maggior parte di noi ha un’idea molto falsata di cosa sia un boss mafioso, per il semplice fatto che non ne frequentiamo. Non abbiamo esperienze dirette e profonde al riguardo.
Nella cartella “boss della mafia” del nostro cervello (trovo che i paragoni tra computer e cervello funzionino bene) abbiamo tre sottocartelle: boss secondo giornalismo, boss secondo film e televisione, boss per come vuole sembrare.
I file contenuti in queste cartelle mentali danno, nel complesso, l’immagine di un uomo ricco, potente e violento. Un vincente, anche se cattivo. Uno padrone di sé e degli altri. Certo, può avere paura di finire in galera o essere ammazzato, ma resta comunque una persona forte.
Da un’elaborazione dei file contenuti nella cartella mentale “psichiatra”, invece, otteniamo che si tratta di una figura professionale (o di un fesso che ti riempie di chiacchiere e psicofarmaci e ti spilla soldi, a seconda della persona) che aiuta le persone “deboli”.
Le due concezioni entrano in contrasto, ed è per questo che l’idea di un boss in psicoterapia sembra strana.

Ma lo è davvero?
No.

Da fan dei Soprano (ultimamente ho iniziato a rivederli da capo in inglese senza sottotitoli, applaudite grazie 😛 ) ho fatto diverse ricerche per sapere se sono esistiti boss – o comunque mafiosi – in terapia.
E il risultato è sorprendente.

Partiamo con un po’ di storia.

Frank Costello.
Frank Costello.


Frank Costello
(quello vero, non quello di The Departed), nato col nome di Francesco Castiglia a Lauropoli, in provincia di Cosenza, il 26 gennaio 1891, è stato il boss della famiglia fondata da Lucky Luciano, in seguito nota come famiglia Genovese, dal 1946 al 1957.
Be’, stando a quanto si legge su QUESTO articolo

“from 1947 until 1949, Frank visited Dr. Richard H. Hoffman of Park Avenue, a renowned psychiatrist to New York’s rich and powerful”

ovvero “dal 1947 al 1949, Frank [Costello] frequentò il Dottor Richard H. Hoffman di Park Avenue, uno psichiatra rinomato tra i ricchi e potenti di New York”.
Il motivo?

“He had, at age 60, begun to doubt himself and he question the role of his life, his twisted values. In conversations with close friends, he began to say that he had enough of the mob life and he wanted out. But it went deeper then that. He was also suffering through bouts of severe doubt, depression, insomnia and he was preoccupied with the thoughts of death.”

“Egli aveva, a sessant’anni, iniziato a dubitare di se stesso e a mettere in dubbio il ruolo della sua vita, i suoi valori distorti. Nelle conversazioni con amici intimi, egli aveva iniziato a dire che ne aveva abbastanza della vita del mafioso, e che voleva uscirne. Ma [il problema] era più profondo di ciò. Egli [Costello] soffriva anche gli attacchi di gravi dubbi [su se stesso e le sue capacità], depressione, insonnia ed era preoccupato dal pensiero della morte.”

Insomma, andava dallo psichiatra perché era depresso. Era in crisi. Qualcuno direbbe che era debole.

Per ironia della sorte, un altro mafioso “con problemi mentali” fu un certo Vincent Gigante, anche lui boss della famiglia Genovese, dal 1981 al 2005. Viene da pensare che i membri della famiglia Genovese fossero un branco di disturbati. Anche quest’altro boss è stato in terapia da uno psichiatra, dottor Louis D’Adamo, per ben diciassette anni. In realtà Vincent Gigante, noto anche con il soprannome di “The Oddfather” – un gioco di parole che fondeva il termine “odd”, ovvero bizzarro, strano, e “Godfather”, padrino – era un falso pazzo. Aveva l’abitudine di passeggiare per le strade di Greenwich Village, borbottando, con addosso un accappatoio, per sembrare disturbato. Per inciso, anche Tony Soprano viene visto spesso con l’accappatoio, ma almeno ha la decenza di non uscirci.
Nel 2003, Gigante ammise di aver simulato disturbi mentali per stare lontano dal carcere.

Gigante è quello con l'accappatoio verde acqua
Gigante è quello con l’accappatoio, segnato con il numero 2.

Ma i punti in comune con Costello (psicoterapia, leadership nella stessa famiglia mafiosa) non finiscono qui.
Fu proprio Gigante a sparare a Costello su ordine di Vito Genovese, il 2 maggio 1957. “The Oddfather”, però, fallì. Mirò alla testa del boss calabrese mentre questi camminava nell’atrio del suo appartamento di Manhattan, ma lo colpì di striscio, anche perché sembrerebbe che prima di sparare non resistette alla tentazione di gridare: “This is for you, Frank”, ovvero “Questo è per te, Frank”, permettendo a Costello di abbassare la testa quanto basta per non farsi trapassare il cervello. Il proiettile lo ferì al cuoio capelluto, ma dato che il boss cadde al suolo, Gigante credette di averlo ucciso.
In ogni caso, la paura bastò. Costello cedette la leadership a Vito Genovese e si ritirò a vita privata.

Ritornando al punto, come vedete sono esistiti casi “illustri” di mafiosi newyorkesi in terapia.
Ma questo fenomeno non si circoscrive solo alla Mafia a stelle e strisce, né tantomeno agli anni passati.
Proprio ieri leggevo questo articolo del Corriere:
Mafia, paranoia e depressione, gli psichiatri raccontano

Io vi consiglio la lettura dell’intero articolo, ma cito comunque due brani interessanti per i più pigri.

Il primo:
Gabriele Quattrone, neuropsichiatra e primario al Policlinico Madonna della Consolazione di Reggio Calabria, fa parte di uno gruppo di psicoterapeuti che hanno in cura i boss della criminalità organizzata e i loro famigliari. Tra i pazienti ci sono padrini perseguitati da incubi e crisi esistenziali, traditori che soffrono di manie di persecuzione e mogli depresse. Nonostante la delicatezza del tema, e la difficoltà a trattare emotivamente esperienze e vissuti legati alla mafia, i boss condannati al carcere duro, pur mantenendo l’anonimato, offrono un raro spaccato del mondo segreto della criminalità; uno sguardo esclusivo nella testa dei capimafia che gli psichiatri hanno raccontato ora all’Associated Press. Secondo quanto narrato dai medici che li hanno in cura durante i periodi di carcerazione, i malavitosi dalla pistola facile sono in realtà dei paranoici stressati e depressi.

Il secondo:
Girolamo Lo Verso studia da oltre 15 anni il fenomeno mafioso da un punto di vista psicologico. Coordina l’equipe di ricerca del dipartimento di Psicologia dell’Università di Palermo, ateneo che presto offrirà un master universitario di secondo livello proprio in Psicologia del fenomeno mafioso. L’offerta formativa intende fornire strumenti conoscitivi e operativi a quanti intendano lavorare o lavorino in settori in cui è necessario la conoscenza del fenomeno mafioso, situazioni amministrative, territoriali ed economiche, associazioni, sportelli di ascolto, forze dell’ordine, giudiziari e forensi.

Be’, che dire: preconcetti a parte, mafiosi e psicoterapia vanno a braccetto. Nella realtà e nella fiction.

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