The Wolf of Wall Street

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Non starò qui a parlare della qualità della regia, della recitazione, della fotografia, della colonna sonora, eccetera. Siamo davanti a uno Scorsese in piena forma, che dirige un Di Caprio molto convincente. Tanto basta.

Ciò che mi ha colpito maggiormente di questo film, e che penso meriti di essere approfondito, è il messaggio. Questa è una pellicola profondamente politica, ne sono certo. Di denuncia.

Ci sono diverse cose in comune, tra “The Wolf of Wall Street” e “Goodfellas” (Quei bravi ragazzi). Entrambi sono tratti da autobiografie di collaboratori di giustizia, entrambi ci mostrano dall’interno dei mondi (Wall Street e la Mafia) che altrimenti conosceremmo solo superficialmente, per sentito dire, per intuito. Scorsese ha un che di documentaristico (che a me piace molto).
Basti pensare che in una fase critica della sua carriera, in cui tutto sembrava già finito, il nostro pensava seriamente di trasferirsi in Italia per girare documentari sulle vite dei santi, da cattolico autentico qual era ed è, probabilmente convinto di dover espiare qualche colpa, forse legata all’uso massiccio di cocaina che fece per un certo periodo, e che quasi lo portò al collasso. O ancora, una volta girò un documentario, dal titolo “Italianamerican”, semplicemente intervistando i suoi genitori.

Anche l’ambientazione è in comune tra i due film: New York, la grande mela. Ma soprattutto, è molto simile l’approccio del regista alla storia: denuncia, ferma denuncia.
Ora, condannare la mafia è molto facile (e sacrosanto, nessuno dice il contrario). Tutti hanno un’idea negativa di quel mondo violento e crudele. Wall Street no, è diverso. Wall Street è, al di là dei pareri personali, la massima espressione del capitalismo, anzi, un oltre-capitalismo. Generare soldi senza produrre NIENTE. Soldi creati dal nulla. E mica spiccioli, miliardi.
Attaccare Wall Street vuol dire dare un calcio nelle palle al sogno americano. Senza se e senza ma. Perché un uomo alla Jordan Belfort (il protagonista del film) rappresenta appieno il “vincente”, secondo un’ottica basata solo sul guadagno. JB è l’evoluzione del contadino italiano emigrato negli USA e diventato commerciante di successo, dell’irlandese arricchito, è la moltiplicazione dell’ebreo diventato milionario. Lui ce l’ha fatta, più degli altri.

Mostrare la vita (vera, non dimentichiamolo) di un vincente come lui, mettendo in evidenza la pochezza,  la follia di quel mondo, la disperazione latente tenuta a bada con droghe, alcool e prostitute significa dire: siamo dei criceti che corrono sulla ruota sbagliata. Ci siamo dati un obiettivo (diventare ricchi) che se raggiunto non porta alla felicità. E nemmeno alla serenità, al benessere. Porta all’alienazione, alla follia.

Per me, è un film che merita di essere visto.

P.S. ho notato che ultimamente si vede spesso, nei film e nelle serie americani, un attacco più o meno evidente al capitalismo. Prendete Breaking Bad: un uomo distrugge se stesso e la sua famiglia per soldi, pensando che i dollari potranno rendere felici i suoi figli e sua moglie, compensarli per la perdita. Forse gli americani – o meglio, alcuni americani colti – stanno facendo i conti con la loro ideologia, la loro filosofia di vita?

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