Una riflessione su “Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde”

small jekyll hyde
Ho incrociato per la prima volta questo romanzo a 10-11 anni, quando il Corriere della Sera lo pubblicò insieme ad altri classici della letteratura internazionale. Iniziai a leggerlo spinto dalla curiosità, ma dopo poco mi spaventai e lo lasciai perdere.
Mi è venuta voglia di (ri?)leggerlo dopo averlo visto su un espositore, nella collana da 99 centesimi della Newton Compton. E l’ho fatto. Sempre con quella versione del Corriere della Sera.

Questa, come premette il titolo, non è una recensione. Si tratta di una semplice riflessione. Non starò qui a valutare lo stile di Stevenson con criteri moderni (cosa assurda, ma c’è chi lo fa). Né tantomeno avrò la presunzione di dire se il romanzo è meritevole o meno (la storia parla da sé).

La cosa che mi ha colpito, di quest’opera, è che sebbene sia stata scritta (in sei giorni, in preda a un trip da cocaina, da quanto emergerebbe da una lettera scritta dalla moglie dell’autore) per parlare della dualità, o meglio, della molteplicità dell’uomo, è anche un’ottima storia, avvincente e intrigante come le migliori opere di narrativa. Ciò dimostra che la cura per la storia non è da relegarsi solo a opere “minori e indegne”,  ma anche alla letteratura “di serie A”. I tromboni noiosi non hanno scuse, anche la letteratura impegnata deve essere una bella lettura.
L’autore scozzese, infatti, combina l’efficacia di una struttura da giallo classico, avente come investigatore l’avvocato Utterson, e il fascino di una storia fantastica, che agli occhi dei contemporanei dev’essere apparsa come straordinaria. Purtroppo, l’efficacia della trama gialla è stata rovinata dalla stessa fama dell’opera: è un romanzo completamente spoilerato. Tutti conoscono la fabula di quest’opera, tutti sanno che il Dottor Jekyll è il Signor Hyde. Per questo, la fase iniziale e quella finale, essendo prettamente legate all’indagine, possono risultare un po’ noiose. Ma ripeto, solo perché il romanzo è stato spoilerato. Quanto alla parte fantastica, ormai s’è visto di meglio, è leggere di un uomo che cambia personalità dopo aver assunto una sostanza composta anche da una polvere bianca fa sorridere.

Stevenson scriveva benissimo. Mai una parola di troppo, mai una frase non necessaria. Abbiamo davanti un romanzo ridotto all’essenziale, molto piacevole da leggere anche a distanza di più di cent’anni. E poi, le riflessioni dell’autore sulla molteplicità dell’uomo non possono non far discutere ancora oggi. Proprio in virtù dei progressi della psicologia e della maggiore conoscenza della stessa da parte di tutti.

Mi ha colpito molto questo pezzo:

“l’uomo non è uno, in verità, ma due. Dico due, perché lo stadio della mia conoscenza non va oltre questo punto. Altri verranno, altri su questa stessa strada mi supereranno; e io arrischio l’ipotesi che infine l’uomo verrà riconosciuto come un risultato di molteplici, incongrue e indipendenti entità.”

Per me, è un classico da leggere, perché combina contenuti profondi e una storia di ottima fattura.

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