I danni del modello X

Mi sono chiesto più volte: cosa fa la differenza tra un parere personale e una buona recensione?
Mi sono risposto: l’obiettività, la valutazione secondo dei parametri precisi, che potremmo definire “scientifici”. Nel caso dei romanzi: stile, personaggi, ritmo e via discorrendo. Poi, ovvio, una certa chiarezza d’esposizione e una buona padronanza dei termini tecnici non guastano affatto.
E va detto: escludendo alcuni casi limite, su Internet la maggior parte dei “recensori per passione” procede in questo modo.

Ma basta davvero?
Mi sa di no.

Non voglio dare lezioni a nessuno; anzi, questo post nasce (e volendo finisce) come riflessione personale. Ma c’è una cosa che spesso si tende a dimenticare: gli obiettivi dell’autore alla base dell’opera. Eppure, tenendo conto degli stessi e della loro realizzazione riuscita o mancata, si può scrivere una recensione veramente utile ai lettori, priva di giudizi personali leggitimi quanto inutili.

Sì, perché se l’autore 0 decide di scrivere una storia, che chiameremo “La bellezza di Y”, con l’obiettivo di emozionare il lettore, non gli si può recriminare una mancanza di azione. O meglio, si può fare eccome, ma se il lettore resta scontento l’ha voluto lui. Se vuoi un romanzo pieno d’azione non vai a leggere “La bellezza di Y”, mi pare ovvio. Però così ovvio non deve essere, perché il contrario accade di continuo.

E’ troppo facile criticare un’opera che parte da un presupposto diverso rispetto a ciò che ci aspettiamo. E’ facile ma anche stupido.

Il narratore offre Y, sta allo spettatore capire se vuole Y o se vuole Z o se vuole K o se vuole Omega3.
Il problema sta nel fatto che ognuno di noi ha un modello mentale X, con determinate caratteristiche, e tende a cercare quelle stesse cose in ogni storia. E’ come se uno guardasse “Via col vento” avendo in mente come modello di paragone “Pulp Fiction” (o anche il contrario): è ovvio che ci resti male. Sono tutte cose terribilmente ovvie, eppure la maggior parte delle critiche negative che sento in giro sono legate a una lontananza della storia dal modello X di chi parla.

Tanto per fare qualche esempio concreto: Django Unchained. Ora, ci tengo a precisare che a me Django è piaciuto, ma è ben lontano dall’essere tra i miei film preferiti. Non l’ho citato per fare un elogio di questo film, ma perché ha ricevuto tante critiche poco intelligenti in questo senso (“non è un western”). Non ha molto senso criticare Django Unchained perché non corrisponde al modello X di Western tipico che avete in mente. Django è un film girato da Tarantino, anni dopo il declino del genere. Se andate a vederlo con l’idea di godervi un film alla Leone oppure alla Eastwood, è colpa vostra se restate delusi. Tarantino non offre un film di Eastwood, per definizione. Tarantino offre Tarantino. Io sono andato a vederlo aspettandomi le solite cose alla Tarantino, in buona parte le ho trovate e per questo l’ho apprezzato. Mi aspettavo meno parti lente, meno momenti di noia e soprattutto meno retorica, per come mi ha abituato Tarantino con film precedenti, e per questo non mi ha fatto impazzire. Il regista ha parzialmente “tradito” la promessa. Ed è per questo che lo si può criticare. Non perché Django non è identico ai film di 40 anni fa.

Altro esempio ancora più famoso: Il codice Da Vinci. Ora, se tu leggi il romanzo (non saggio, romanzo, quindi è ovvio che si tratti di una storia inventata) di Brown con l’intenzione di conoscere delle cose segretissime contro la Ka$ta della Chiesa Cattolica e poi resti deluso perché sono bugie (ma va!? sarà un’opera di fantasia?) è solo colpa tua. Se vuoi il classico page turner che non ti stressa e che ti permette di godere di qualche ora di svago, a condizione di far finta che quel che leggi sia vero e verosimile per il tempo della lettura, allora non ci resti male. Indovina perché?

Insomma: una recensione, per quanto ben scritta, chiara e basata su parametri “scientifici” obiettivi resta un parere personale ben argomentato se non si tiene conto degli obiettivi dell’autore. Non si giudica un campione di nuoto per la sua abilità nel lanciare i coltelli. Eppure molta gente, affascinata dal lancio dei coltelli, valuta tutti secondo questo stesso criterio. Finendo col chiamare cane  (o, come si dice da me, “ciuccio”, cioè somaro) un ottimo nuotatore. Dire che il nuoto non ci interessa è assolutamente lecito, ma a quel punto abbiamo il dovere di lasciar perdere i nuotatori. Altrimenti cazzi nostri, se ci restiamo delusi.

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