Analisi del testo: Nu latitant’.

Oggi vi parlerò di una perla della poesia italiana, purtroppo sottovalutata. Che dico sottovalutata: incompresa. Ma alla fine, si sa, con la roba di cultura finisce sempre così: pochissimi capiscono e apprezzano, e gli altri scelgono roba scadente. Il mondo è alla deriva…
Ma torniamo a noi. Il testo di oggi è “Nu latitante” di Gianni Celeste, cantante siciliano appartenente al genere del neomelodico napoletano. Sì, è siciliano e canta in napoletano, esatto.
Ora, a una lettura superficialotta e plebea del testo, potrebbe, sottolineo, potrebbe sembrare che il nostro prenda le parti dei mafiosi. Ma in realtà, ci troviamo davanti a un grande narratore, un maestro in grado di mostrarci come le vicende dei latitanti in realtà non siano altro che moderne Tragedie, direttamente legate a quelle della Grecia Antica. E io vi dimostrerò perché è effettivamente così.

Partiamo da un concetto chiave della Tragedia: l’ineluttabilità del Destino. In questo tipo di narrazione, ogni personaggio ha un destino che non può evitare, un percorso obbligato, per così dire. E il latitante non è da meno. Avanti, parliamoci chiaro: chi di noi non ha mai rubato, estorto, corrotto, picchiato, torturato, minacciato di morte, sparato, spacciato, ucciso? Nessuno. Sono cose normali. Solo che a volte, la vita, fa la stronza. E la vita non la puoi minacciare: ti devi stare e basta. E’ come se fosse il boss di tutti i boss. E quindi tu, pover uomo, non puoi fare altro che subire. Capita così che, all’improvviso, una brava persona che ha commesso qualche errorino si ritrovi a essere braccato (ingiustamente!) dalle guardie.
Ma il latitante è una brava persona, e infatti i primi pensieri vanno a moglie e figli:
“Ciao ammore mio/venite cca, bell’e papà/m’arraccumann, facite e buone,/e nun le facite piglia coller’ a mammà…”
Ovvero: “Ciao amore mio/venite qua, belli di papà/mi raccomando, fate i bravi/ e non fate arrabbiare mamma…”

Salutati i suoi cari, il novello Eroe, con coraggio invidiabile, accetta il suo Destino di fuggiasco (ma sempre innocente, eh!)  e affronta le avversità di quel cammino tortuoso che prende il nome di Latitanza.
“Chella sera è accuminciata/’a strada longa ra paura/ca nun saie si po’ ferni’;/’a valiggia fatta in frett’,/o penzier’ per tua moglie/ca nun po’ sta’ anzieme a te…/E chill’uocchie re criature/nun capevano ‘a raggione/ca partive sule tu…/T’e strigniste forte forte/e po nun t’hanno viste cchiu.”
“Quella sera è iniziata/la lunga strada della paura/che non sai se può finire;/la valigia fatta in fretta,/il pensiero per tua moglie/ che non può stare insieme a te…/E quegli occhi dei bambini/non capivano la ragione/(per la quale) partivi solo tu…/Li abbracciasti forte/e non ti hanno più visto.”

Insomma, per il nostro latitante la vita sarà dura. Privazioni, lontananza dai familiari… E tutto così, senza una reale colpa.
Il ritornello, poi, coglie al meglio l’essenza del latitante.
“Nu latitante nun tene cchiù nniente/luntano r’o bbene/annascuse ra gente/l’urtimo amico addeventa important’/pe fa nu regalo a chi aspett’ a papà.”
“Un latitante non ha più niente/lontano dall’affetto/nascosto dalla gente/l’ultimo degli amici diventa importante/per fare un regalo a chi aspetta papà.”

Ma la bomba arriva adesso.
“Nu latitante è ‘na foglia int’o vient’/nun po allucca’, nun po’ di’ so innocente/telefon’ ‘a casa pe’ di’ sulamente/rimane è Natale vulesse turna’.”
“Un latitante è una foglia nel vento/non può urlare, non può dire sono innocente/telefona a casa per dire soltanto/domani è Natale, vorrei tornare.”
Una foglia nel vento. Una figura retorica dal sapore Ungarettiano, squassante nella sua efficacia. Che pretendete di più da un testo? Eh? Altro che sole cuore amore. Una foglia nel vento. Non una busta di plastica per terra. No. Una foglia. In aria. Si respira tutta la precarietà della condizione del latitante.
Ma la morale, chiaramente, non è: non fate certe cose che poi vi ritrovate a fare una vita di merda, ricchi sì, ma sempre vita di merda è. No. La morale è che uno, da un giorno all’altro, si può trovare a dover scappare. Così. Punto e basta. Anche se è una brava persona che fa i regali ai figli e a Natale invece di andare a negre sulla tangenziale se ne sta a casa a abbuffarsi di panettone e a sentire i figli che dicono le poesie a memoria.

La strofa successiva mostra ulteriormente la precarietà del nostro.
“Bast’ ‘na bussat’ e port’/pe te fa salta’ a int o liett’/e nun te fa cchiù durmi’./E’ difficile ogni notte/truva’ sul n’ora e pace/ca t’aiuta a nun muri’.
“Basta una bussata/per farti saltare dal letto/e non farti più riaddormentare./E’ difficile ogni notte/trovare solo un’ora di pace/che ti aiuta a non morire.”
Neanche la notte lo fanno dormire. Guardie mmerda.

Come in ogni storia che si rispetti, poi, non può mancare un bel flashback, col sottotitolo: i rimpianti del latitante.
“E si fosse ancora aiere/c’a rummeneca ammatina/te scetave co cafè…/Che resate de criature/ca pazziavene cu tte.”
“E se fosse ancora ieri/quando la domenica mattina/ti svegliavi col caffè…/Con le risate dei bambini/che giocavano con te.”
Insomma, è un uomo normalissimo, questo latitante. Uno come tanti. E ciò contribuisce all’identificazione dell’ascoltatore con l’Anonimo Fuggiasco. Che narratore consumato, il nostro.

Infine, tra due ritornelli, una strofa amara.
“Nu latitante nun perd a speranz’/nun vo’ turna’ chiuse rint’a ‘na stanza/a ro nun s’arapn e porte ro munno/nemmeno si chiagne e putess murì…”
“Un latitante non perde la speranza/non vuole tornare chiuso in una stanza/dove non si aprono le porte del mondo/nemmeno se piangi e rischi di morire…”
Vedete, il latitante è un buon cristiano. Non perde la speranza; al contrario, invoca l’aiuto del santo di turno nella speranza che scompaiano le cosiddette prove o che i testimoni muoiano con un bel cancro ai testicoli, “chilli piezz’ e mmerd!”.
In più, il nostro narratore ci dice che le guardie sono anche scorrette: lo sanno tutti che se piangi e dici basta ha vinto l’altro ma poi ti devono lasciare stare. E invece loro, se piangi, ti tengono segregato. A questo punto è normale che uno scappa e li schifa, no?

Mi dispiace, ma non ho saputo rendere con le parole l’efficacia straordinaria dei soavi e intesi vocalizzi del Celeste. Me ne scuso. Potete risolvere il problema ascoltando il brano su YouTube.

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