Il fiuto dello Squalo – Gianni Solla (Recensione)

ImmagineSergio Scozzacane ha ereditato la Musica Blue Records dal padre e un naso che sembra la pinna di uno squalo dal nonno materno. Per lavoro vende illusioni a persone convinte di essere musicisti talentuosi. Insomma, è una variante musicale degli editori a pagamento.
Se la mettessimo su un piano elevato, filosofico, potremmo dire che lo Squalo è un predestinato. La ferocia dello squalo, lo studio di registrazione ereditato e la mancanza di talento hanno fatto di Sergio quel che è, un truffatore. Mettendola su un piano terra terra, potremmo dire senza problemi che lo Squalo è solo un miserabile come tanti, un fallito che prova a fare il furbo, con l’unico risultato di collezionare una serie notevole di fallimenti.
A voi decidere.
Com’è e come non è, sta di fatto che Sergio naviga in brutte acque. Ha un debito con i Santamaria, un potente clan camorristico, e sembra prossimo alla fine. Ma quando tutto sembra perduto, quando il nostro inizia a pensare sul serio al suicidio o a improbabili fughe all’estero, ecco spuntare un occasione: un giovane cantante – che tempo addietro ha firmato un contratto con la Musica Blue Records – ha vinto a un programma della Rai per giovani cantanti. E per i prossimi due mesi sarà ancora sotto contratto con lo Squalo…

I personaggi di questo romanzo sono ben fatti. Non c’è nessun lavoro particolare dietro la loro costruzione né nessun approfondimento psicologico straordinario, però risultano tutti verosimili e credibili, solidi. Gente che potremmo incrociare per strada o al supermercato.
Lo Squalo, ovviamente, è il personaggio più approfondito. L’autore mette in luce la sua miseria umana, la sua profonda tristezza, la sua cattiveria fragile, la sua fame malata. Queste cose, però, risultano interessanti per cento, centocinquanta pagine. Non per trecento. A volte si ha una sensazione di ridondanza.

Se il giudizio sui personaggi è nel complesso positivo, lo stile, al contrario non mi ha convinto. Gianni Solla sa scrivere, non è questo il punto. Il fatto è che se un personaggio come lo Squalo racconta la sua storia in prima persona, mi aspetto che lo stile sia adattato alla sua voce, al suo lessico, ai suoi pensieri. E invece no. Lo Squalo, un miserabile di provincia, un accattone, usa un italiano standard con influenze dialettali minime, infarcito di espressioni degne di un uomo di una certa cultura, e non di un truffaldino. Se il romanzo fosse stato in terza persona, se la voce narrante fosse stata quella di Solla, il problema non si sarebbe posto. Non è scritto male, ma è raccontato in un modo che non si addice al narratore. E ciò va a minare la credibilità.
Un altro punto dolente è il ritmo. Una storia come questa, spalmata su trecento pagine, diventa lenta, stanca, trascinata. Il finale, poi, lascia con l’amaro in bocca. Non perché sia triste o drammatico, ma perché risulta un po’ approssimativo.

Nel complesso, “Il fiuto dello Squalo” non mi ha convinto fino in fondo. Ci sono dei punti interessanti, ma sono soffocati da tante pecche più o meno piccole che rendono questo romanzo riuscito a metà.

C’è da dire che, avendo deciso di leggere questo libro diversi mesi fa, ho avuto il tempo per farmi un’idea tutta mia del romanzo. Mi aspettavo una simpatica canaglia, dell’ironia cattiva, un libro più veloce. Sicuramente il mio giudizio risente anche di queste aspettative. Una recensione è pur sempre qualcosa di molto personale e soggettivo, ovvio.

Non è oggettivamente brutto, anzi, ma io non lo consiglio.

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