La pensione Eva – Andrea Camilleri. (Recensione)

Oggi ho voglia di sperimentare un’introduzione vagamente autobiografica, in stile diario. Vediamo che ne viene fuori…

Prima di partire per un mese di mare, decisi di andarmene un po’ in libreria per fare una scorta di roba da leggere. Mentre frugavo nel settore gialli mi venne voglia di un romanzo della serie di Montalbano. Così, cercai nel reparto dedicato a Camilleri; ma la mia attenzione fu colpita da un libro estraneo al ciclo del commissario più famoso d’Italia. Un volume blu dalla copertina molto semplice: sotto il nome dell’autore e prima del titolo, vi erano solo alcune arance, di un bel colore lucido. Mi piacque a pelle, lo presi e lessi la quarta:

la-pensione-eva1Per le stanze della Pensione Eva, il casino di Vigàta, tran- sitano figure e personaggi di quei provinciali, sonnolenti, tipici anni Trenta degli indi- menticabili romanzi di Camil- leri. Ma le case chiuse non furono solo lo spazio proibito e in fondo domestico delle prodezze e delle fantasie ero- tiche di un’Italia addormen- tata dai languori della carne e dai miasmi del fascismo. Camilleri ne fa lo sfondo – o il primo piano? – di un vero e proprio romanzo di forma- zione prima dolce e poi crudele. Ogni quindici giorni le sei “picciotte” della Pen- sione partono, e ne arrivano delle nuove; è in mezzo a queste presenze carnali che trascorre la giovinezza di Nenè, Ciccio e Jacolino. Tutto comincia come un mistero in cui giocare: il sesso, la vita, la stessa guerra. Tutto finisce in una realtà in cui non si gioca più, sotto le bombe che schiantano le case, i corpi, la dignità. E una storia che era iniziata all’insegna della curiosità sul sesso si chiude sulla deflagrazione dell’amore, quello più forte della morte, quello destinato a lasciare per sempre nell’aria la scia del suo profumo.

Camilleri fa centro ancora una volta.
Lo stile è quello di sempre: personalissimo, scorrevole e appassionante, contaminato con un dialetto che non serve a dare colore, ma a rendere autentica la scrittura, a privare l’italiano standard di quella componente artificiale che lo penalizza, che lo relega a scrittura formale. L’autore siciliano, invece, come sempre punta a ricreare un effetto colloquiale tipico del parlato.
I personaggi risultano comici nei loro vizi ma al contempo dotati di uno spessore drammatico che li completa e li rende reali. Non c’è altro da aggiungere al riguardo. Più di questo che volete, da dei personaggi?
Con una trama semplice e all’apparenza già sentita (ma, almeno per quanto mi riguarda, l’autore è riuscito a evitare facili cliché) Camilleri riesce a ricostruire una Sicilia lontana, che fa un po’ nostalgia anche a chi non l’ha mai vissuta.
Un bel libro scritto da un narratore esperto e capace, come pochi, di entrare in contatto con il lettore, come in un dialogo a quattr’occhi.
E scusate se è poco.

Consigliato.

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