I danni del Mito.

La figura dello scrittore è mitizzata. Per forza. Altrimenti non si spiega come mai tanta gente si ostini a voler pubblicare un romanzo. Come se la pubblicazione rendesse persone migliori, o anche più ricche, più famose. Capisco a pieno il desiderio diffuso di andare in TV: in quel caso puoi davvero diventare ricco e famoso (migliore non so…). Ma pubblicare un romanzo non comporta l’andare in Tv.

Lo scrittore – inteso come narratore/romanziere – non è nient’altro che un artigiano delle storie. Scrivere storie è come fare l’orologiaio, o un qualsiasi altro mestiere artigianale che richiede cura e tecnica. Bisogna avere un minimo di predisposizione – nel caso dell’orologiaio una buona vista, pazienza e precisione – ma anche acquisire la tecnica e imparare ad applicarla.

Uno dei miti più duri a morire è quello dell’ispirazione.

C’è gente che pensa che un bestseller nasca così, da un’idea che spunta per caso, come un brufolo creativo, e non grazie a pianificazione, lavoro, tecnica, commerciabilità, conoscenza del gusto del pubblico. C’è gente che – di fondo – pensa che lo scrittore sia una sorta di stregone intellettuale che cammina sospeso, a cinque centimetri dal suolo. Una persona che, di conseguenza, non è come noi e non ha niente da dire, ma solo cose da insegnare.

Perché anche questa è un’idea dura a morire. C’è gente convinta che “Il codice da Vinci” sia stato scritto per smontare le menzogne della Chiesa, quando invece quel romanzo è un esempio perfetto di storia costruita sul gusto del pubblico; come furono a loro tempo molte altre storie ben riuscite – anche molto meglio del CdV, diciamolo – e oggi considerate opera dell’ispirazione, roba da Spirito Santo che guida i profeti della Bibbia.

Qualcuno potrebbe dire: e vabbè, il Codice da Vinci è commerciale (faccetta schifata/snob qui, prego).
Vorresti negare il ruolo dell’ispirazione nelle grandi opere della letteratura? Nella Divina Commedia? Nei Malavoglia?

, lo nego.

Le opere di cui sopra sono prive di finalità economiche, ma non frutto di un miracolo; al contrario, di osservazione e rielaborazione della realtà. Nella Commedia Dante parla di ciò che ha vissuto e della gente che ha conosciuto, mostrando tutto attraverso la lente della morale cristiana. In più, l’opera è organizzata in uno schema rigido. Oggi diremmo che Dante ha seguito una “scaletta”. Non vi suona un po’ di mestiere? Ovviamente parliamo di un Maestro artigiano, ma non è pur sempre mestiere anche quello dei Maestri?

I Malavoglia, come sopra, sono frutto dell’osservazione e del tentativo (molto ben riuscito) di riproduzione della realtà popolare siciliana dell’Ottocento.

Quindi?

Il punto è questo: scrivere storie è un mestiere. Intellettuale/artistico, certo, ma un mestiere.
Che – da quando mondo è mondo – rende pochissimo a tanti e tanto a pochissimi. Una scelta fallace, da un punto di vista prettamente economico. Per quanto riguarda la fama, altrettanto.
Per questo penso che dovrebbe scrivere solo chi ne sente il BISOGNO, l’urgenza.

Se non senti il bisogno di scrivere, non farlo. Te lo dice uno che in due anni intensi di scrittura ha trovato mille motivi razionalmente impeccabili per lasciar perdere ma non è mai riuscito a farlo perché sente il bisogno fisico di scrivere. Prima delle pubblicazioni e degli eventuali risultati, c’è il bisogno, la fame di scrittura. E se non c’è, lascia perdere.

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3 thoughts on “I danni del Mito.

  1. Codesto menestrello si scusa per ritardo dello commento, ma tant’è…

    … mi sento in dovere di commentare, perché da un punto di vista la cosa mi tocca. Più di qualche volta ho parlato con persone che hanno già pubblicato e con gente che lavora nell’ambito dell’editoria e più passa il tempo, più mi rendo conto che personalmente non m’importa.
    Ora non voglio dire che il “piacere” di essere letti non sia qualcosa di apprezzabile, ma la cosa finisce li, fama o non fama. Anzi personalmente mi sono ritorvato a non voler portare avanti simili iter, perché quello che mi serve è scrivere. Lo faccio da tantissimo tempo ormai, probabilmente avrei anche un minimo di soddisfazione in più nel vedere il mio lavoro pubblicato, ma non è affatto importante ai fini del motivo per cui scrivo.

    Saluti a vossignoria 😉

    1. Ciao Lerigo, bentornato.

      Parere interessante il tuo. Mi trovi d’accordo, non nel disinteressere verso la pubblicazione, ma nel concetto del ragionare sempre per priorità e necessità.
      Se a una persona basta scrivere in libertà, perché complicarsi la vita, o peggio pubblicare a pagamento? 😛

      Ciao!

      1. Vossignoria coglie punto…
        …fare come il menestrello vostro potrebbe essere contraddittorio è vero, ma a questo punto se si deve scendere a compromessi (e affrontare le critiche di un editore) meglio farlo con coscienziosità e pubblicare con il metodo meno invasivo e più appagante per se stessi, autopubblicandosi magari!

        Rimane il fatto che la pubblicazione, nell’atto stesso, è una questione di “vanità”, paradossalmente leggerlo in piazza da molto più risalto che autopubblicare qualcosa o scendere a patti con editori, a pagamento o meno.

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