La crisi del libro in Italia

Premetto che intendo discutere solo del ramo dell’editoria che si occupa di romanzi, o comunque di libri di narrativa (racconti, romanzi). Quanto al resto, lascio a persone più competenti e informate l’onore e l’onere di affrontare un discorso così vasto.
Quello che state per leggere è il punto di vista di un giovane scrittore che da circa un anno spende del tempo quasi giornalmente per informarsi sull’editoria e sulla possibilità di pubblicazione con una casa editrice. Ed è di questo nello specifico che vi parlerò.
Partiamo da un dato di fatto comune a tutti i lettori che comprano libri.
Un lettore va in libreria, magari la gira tutta, o forse va in un solo reparto, quello del suo genere preferito, guarda i titoli, le copertine, gli autori, e se trova qualcosa che gli piace e che ha un prezzo che reputa adatto lo compra.
Una banalità, direte voi. Non serviva capitan ovvio.
Eppure il capitan ovvio serve. Perché questo modo di comprare i libri da l’idea ai lettori di aver scelto, ma invece essi non hanno scelto. Hanno selezionato il libro che più si avvicinava ai loro gusti e alla loro tasca tra quelli presenti.
La verità è che i lettori non scelgono i libri. Sono le grandi case editrici a scegliere cosa proporre e cosa pubblicizzare.
Le grandi case editrici scelgono un autore in base alla fama dello stesso e al potenziale commerciale del suo libro (commerciale inteso come: potenziale di vendite, non come scritto solo per essere venduto). La fama stessa dell’autore serve a incrementare il potenziale di vendite. Quindi il primo requisito per finire negli scaffali di una libreria diventa in automatico la notorietà dell’autore.
Ciò cosa vuol dire? Che le possibilità per uno sconosciuto di essere distribuito nelle librerie sono automaticamente molto scarse. E che quindi si viene a creare una “casta” di scrittori. I soliti. Sempre loro. Quelli che anche se copiano l’etichetta dello shampoo vendono le loro porche copie.
Certo, ci sono anche due sconosciuti su mille libri. E certo, ci sono i classici, quelli scritti da autori incontestabili. Ma la proposta di narrativa moderna è qualcosa di imbarazzante, claustrofobico.
Come si è generata questa situazione? Beh, ripartiamo dal lettore.
Le statistiche dicono che solo il 6% degli adulti italiani nell’ultimo anno ha comprato almeno un libro. Sono dati imbarazzanti. Anzi. Tremendi.
Se escludiamo una percentuale considerevole di lettori che compra classici, un’altra percentuale non da poco che compra libri di cucina, resta solo una parte di questo sei per cento che compra narrativa contemporanea. E compra al novanta per cento gente che vede in tv a fare le presentazioni. Gente che ora nel novanta per cento dei casi ha almeno cinquant’anni, che ha esordito in periodi culturali diversi, dove la gente leggeva e dove i libri andavano via come il pane. Dove c’era spazio per tutti, a condizione che ci fosse del talento alla base.
Venendo meno i lettori, è venuto meno anche lo spazio per tutti. Venendo meno lo spazio per tutti, per soddisfare i lettori impigriti si è deciso di investire solo sul sicuro. Avete mai notato che i best sellers che vedete tra gli scaffali, nel 70% dei casi sono stranieri? Eppure l’Italia non era il paese dei poeti?
Semplice: comprare un libro che ha fatto successo all’estero è una garanzia. Investire alla cieca su un libro, no. Ed ecco che il cane chiamato Libro prende a mordersi la coda, sentendosi rodere non poco il culo quando pensa al fatto che la televisione, che gli ha tolto tanti amici, adesso è diventata una condizione necessaria per far vivere anche quei pochi che gli restano.
Ah. Tanto per non concedervi l’occasione di dire che sono un melodrammatico e che è facile criticare senza proporre alternative e soluzioni, ecco a voi la mia proposta.
Questa crisi del libro può risolversi solo con internet. E ciò significa solo due cose:
-la prima è che la gente impari a mollare la tv e attaccarsi al computer, per leggere recensioni di persone comuni su autori sconosciuti ai più
-la seconda è che quando gli attuali utilizzatori del computer saranno anziani, se il libro non sarà completamente morto, e se la popolazione tutta prenderà sul serio internet e metterà al rogo la tv, e se soprattutto, la voglia di leggere non sarà stata ammazzata del tutto dalla tecnologia e dall’intrattenimento passivo, allora, forse, la crisi del libro potrebbe risolversi.

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6 thoughts on “La crisi del libro in Italia

  1. Sono a grandi linee d’accordo con ciò che dici (e ne parlavamo anche l’altro giorno^^).
    Fra quei pochissimi che leggono narrativa, gran parte legge Fabio Volo e simili. Per carità, scelte loro, ma se parliamo di letteratura di qualità, quanti di quel 6% legge effettivamente qualcosa che vale?

    Purtroppo l’1% o forse meno, legge informandosi su internet, andando a vedere quali libri sono usciti, cosa c’è di nuovo, cosa c’è di bello.
    Chi sono questi? Gli aspiranti scrittori (quelli che leggono. Lasciamo altrove la polemica che ci sono più scrittori che lettori) e i gestori di blog letterari (spesso le due cose coincidono).

    Per risolvere questa “crisi” si dovrebbe inculcare la passione per la lettura (e l’intelligenza di farlo con intelligenza) al popolo italiano. Per i miracoli ci stiamo attrezzando.

    Maurizio

  2. Ehehe, purtroppo è così. Affrontando un discorso molto ampio, anche questa è una mancanza tutta italiana. Se ci pensi, il fatto che importiamo best sellers dall’estero e non viceversa, o almeno non nella stessa quantità, vuol dire che all’estero leggono molto di più.

  3. Allora: non è vero che in passato le cose andavano meglio. Non c’è mai stata troppa trippa per gatti per gli scrittori con un nome italiano. Negli anni trenta, un solo giallista italiano affiorò nel panorama della narrativa di genere. E parliamo di un periodo in cui bisognava per legge tradurre le testate straniere in italiano, bisognava usare il “voi” al posto del “lei” e l’Internazionale Football Club dovette cambiare il suo nome in Ambrosiana. In tempi più recenti, registi e scrittori dovevano firmarsi con uno pseudonimo (anche se sconosciuto) per sperare di avere qualche “forma” di successo. Te lo dice uno che per vendere un racconto a una rivista (anni ottanta) dovette firmarsi Alex Dyme e fu preso in considerazione solo perché nella sua scheda biografica c’era scritto “nato a New York”. Quindi come vedi le cose sono sempre andate più o menio così. Il 6% riguarda quelli che hanno comprato regolarmente e con una certa continuità libri. Ossia i lettori accaniti. Quelli che hanno comprato almeno un libro (per fortuna) sono di più. Ma comunque si tratta di statistiche scoraggianti, inferiori a paesi del terzo mondo o in via di sviluppo. Popolo di poeti? Sì, una volta. Secoli fa. Oggi siamo un popolo da grande fratello e da uomini e donne, purtroppo…

  4. D’accordo su tutto, a parte un punto: gli scrittori più “spessi” culturalmente di oggi sono persone che hanno vissuto il fermento sociale/politico/culturale degli anni 70 e che hanno esordito nei 90, quando il mercato era un po’ più libero.
    Penso a persone come Erri De Luca, uno dei pochi scrittori famosi che sono andati in TV DOPO aver pubblicato diversi libri e non viceversa.

  5. Dipende dal momento storico e non sempre è così. Io appartengo alla generazione degli anni settanta e ho esordito negli ottanta. Eppure eccomi ancora qui a fare “l’esordiente” dopo anni. Né mi ritengo più “spesso” culturalmente di nessuno. E’ un meccanismo molto complicato: si può sfiorare il successo e rimanere dei signor nessuno, oppure fare anni e anni di gavetta e poi esplodere quando meno te lo aspetti. Tuttavia, dipende quasi sempre dal momento storico, dalle opportunità e contingenze varie. Faccio un esempio. Per decenni il fantasy in Italia era meno letto della fantascienza. Anzi, era un genere di “sottonicchia” potremmo dire. Eppure, una ragazza siciliana manda un manoscritto fantasy alla Mondadori che non le degna di uno sguardo. Poi arriva il film tratto dal Signore degli anelli e un’altra ragazza manda un librone (sempre fantasy) di mille pagine e sempre alla Mondadori, la quale lo pubblica sotto forma di trilogia e ne fa un caso letterario fra i più discussi e “invidiati”. Quindi ci andrei con le molle a trarre conclusioni su queste cose.

  6. Ogni persona è un mondo a se, certo, ma ti posso portare degli esempi concreti:
    De Luca
    Camilleri
    Lucarelli
    per citarne tre che ho letto.
    Gente che ha esordito, o meglio, che è esplosa nei 90, e che ha vissuto e assorbito il fermento dei 70.
    Poi certo, è ovvio che se parlo di un dato periodo storico non voglio dire che tutti quelli che l’hanno vissuto sono diventati scrittori. Ci sono di mezzo altri fattori come talento e fortuna.
    Perciò, come vedi, la mia non era una conclusione affrettata, ma piuttosto una considerazione a posteriori su alcuni dei più noti autori, quelli che appartengono alla categoria del “vado in tv perchè sono scrittore” e non “vado in tv quindi posso buttarmi a fare lo scrittore” 😉

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